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3 aprile 2026 - Aggiornato alle 08:50
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Le indagini

Laboratorio mai entrato in funzione: presunta truffa all'Unione Europea a Lipari

Il progetto Bythos dell'università di Palermo nel mirino: laboratorio a Lipari mai operativo, attrezzature nuove e locali fatiscenti

03 Aprile 2026, 07:00

Laboratorio mai entrato in funzione: presunta truffa all'Unione Europea a Lipari

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Quel laboratorio a Lipari, utilizzato, probabilmente, solo pochi mesi e un progetto che sembra non essere mai partito. Sono questi i punti su cui si focalizza uno dei filoni dell’inchiesta su una presunta truffa all’Unione Europea da parte di un gruppo di persone.

Il “teatro della truffa” sarebbe stato il dipartimento Stebicef (Scienze e Tecnologie Biologiche, Chimiche e Farmaceutiche) dell’università di Palermo. Ad indagare anche la Procura Europea con i pm europei Gery Ferrara e Amelia Luise. A denunciare sono stati alcuni ricercatori. Trasformare anche a Lipari residui o scarti del pesce in molecole bioattive, e quindi in nuovi prodotti. Ricavarne, in pratica, il collagene e gli omega 3 e 6, che possono essere usati anche come antibatterici, antimicrobici, antitumorali per la salute umana nel campo delle biotecnologie, ma anche per la cosmetica. Doveva essere questa la finalità del progetto Bythos, di cui era capofila l’università di Palermo, in collaborazione, fra gli altri, con l’università di Malta e il Comune di Lipari.

L’iniziativa era stata presentata a giugno del 2021 nei locali comunali di Canneto Dentro che dovevano essere destinati al progetto e dove sono stati realizzati un laboratorio, una sala conferenze e gli alloggi per i ricercatori. Un laboratorio quello di Lipari, che stando all’informativa della Guardia di finanza, recatisi sul posto il 22 aprile 2024 allo scopo di accertare se il laboratorio finanziato con risorse erogate nell’ambito del progetto Bythos fosse stato realmente allestito e se gli arredi e la strumentazione di laboratorio fossero presenti nei relativi locali, non era mai entrato in funzione a pieno regime.

In quell’occasione veniva riscontrato che l’immobile nel quale era stato allestito il laboratorio era «adiacente ad un fabbricato fatiscente e collocato all’interno di un cortile nel quale i muri di cinta risultavano colmi di crepe e in stato di evidente incuria e in parte, pervasi di erbacce». Tutti i locali apparivano inutilizzati da tempo: all’ingresso i militari avvertivano un forte odore di chiuso derivante dal ristagno di umidità, mentre gli arredi e gli strumenti erano ricoperti con imballaggi in plastica e apparivano nuovi. Ad avvalorare il lavoro degli inquirenti le dichiarazioni di un tecnico, il geometra Bartolomeo Bonina, che sentito, affermava: «Ho assistito all’utilizzo del laboratorio solamente in occasione dell’inaugurazione dello stesso. Per il resto, tutte le volte che mi sono recato lì, non ho mai visto nessuno utilizzare il laboratorio, tranne in occasione dell’inaugurazione, non è mai stato utilizzato. Una volta ultimati i lavori, non mi reco quasi mai presso i locali, però viste le condizioni degli stessi è evidente che non siano utilizzati».