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Beni culturali

Siti archeologici, in Sicilia una legge per gestirli meglio c'è ma non si muove: la proposta ferma all'Ars dal 2023

Nel resto del Paese si fanno bandi internazionali, qui si cerca fra i burocrati già in servizio dentro alla Regione Siciliana. A cambiare le cose voleva essere Fratelli d'Italia

04 Aprile 2026, 08:59

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Siti archeologici, in Sicilia una legge per gestirli meglio c'è ma non si muove: la proposta ferma all'Ars dal 2023

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«L'incarico di direttore del Parco è conferito dall'assessore regionale per i Beni culturali e ambientali e per la pubblica istruzione [...] a un dirigente tecnico in servizio presso l'assessorato da almeno dieci anni».

Sulla Gazzetta ufficiale della Regione Siciliana del 4 novembre del 2000 c’è una pagina storica: è istituito il Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento e sono stabilite le «norme sull’istituzione dei parchi archeologici in Sicilia», comprese le regole per trovare chi li deve dirigere. Che, da 26 anni, in virtù dell’autonomia, sono sempre quelle. Col risultato che a gestire il patrimonio archeologico della Regione ci sono, se va bene, degli architetti. Se va meno bene, professionisti di settori diversi (vedi: un agronomo alla Villa del Casale di Morgantina).

Eppure per musei e parchi nel resto del Paese si fanno selezioni internazionali, portano esperti da mezza Europa a gestire i gioielli d’Italia. In Sicilia no.

E dire che qualcuno a cambiare le cose ci ha provato. Pure tra le file della maggioranza. Ad aprile 2023 il presidente della commissione Cultura all’Ars, il deputato palermitano di Fratelli d’Italia Fabrizio Ferrara, deposita un disegno di legge su «Disposizioni in materia di beni culturali». Primo firmatario lui, a seguire altri nove nomi fra i quali il gotha meloniano: Giusi Savarino (assessora al Territorio), Giorgio Assenza, Dario Daidone. C’è anche - è pur sempre il 2023 -il superesperto di cultura e spettacoli Carlo Auteri, a cui lo scandalo “mancette” è costato la fuoriuscita da FdI un anno e qualcosa fa.

Il disegno di legge parla chiaro: per guidare un parco archeologico sono necessari «almeno dieci anni di effettivo servizio» e un «curriculum scientifico di alta qualificazione in materia di tutela e valorizzazione dei beni archeologici», «una documentata esperienza di elevato livello e con esperienza gestionale, organizzativa e di amministrazione attiva prevalente nella gestione dei beni culturali, istituti e luoghi della cultura». Se un profilo così nell’amministrazione regionale non c’è, allora si fa una «selezione pubblica internazionale», per partecipare alla quale bisogna presentare «un articolato piano strategico di gestione, organizzazione, sviluppo delle attività del parco che si andrà a dirigere». Uno slancio di contemporaneità. Fermo da tre anni.