il caso
Ortigia soffocata dal turismo: sempre più visitatori, sempre meno residenti
L’overtourism trasforma l'isola: affitti brevi, rendita immobiliare e attività per turisti spingono fuori i cittadini, mettendo a rischio l’identità del centro storico
Fosse un film catastrofico, potrebbe intitolarsi “Ortigia sommersa dalla marea”. Ma – a detta della Biblioteca Fedro di Informazione Giuridica – sarebbe piuttosto la realtà quotidiana, e la marea è quella dei visitatori. «Valigie trascinate sulle basole, selfie davanti alla Fonte Aretusa, menù plastificati in più lingue dove un tempo c’erano prezzi scritti a gesso. La stagione turistica si apre con l’ostentazione dei numeri - presenze, fatturati, occupazione - e con la rimozione di ciò che quei numeri non raccontano: il progressivo svuotamento di una città che era, prima di tutto, un luogo in cui vivere».
Un overtourism paradossale, perché «più cerchiamo l’autenticità di un luogo, più contribuiamo a uniformarlo», sintetizza per “Fedro” Corrado Giuliano, che cita studi recenti sulla globalizzazione che mostrano come le città non diventino identiche in modo totale, ma convergano su modelli visivi e commerciali simili, spinti dalle stesse catene di approvvigionamento, dagli stessi marchi e dagli stessi codici estetici.
«Le differenze resistono, ma si adattano al consumo turistico. L’identità locale sopravvive sotto la superficie dell’omologazione, sempre più fragile». Ortigia vivrebbe una versione ancora più problematica di questo fenomeno, ovvero un turismo che consuma valore senza generare crescita reale. «Non è la ricchezza prodotta a mancare, ma la sua redistribuzione. La rendita immobiliare viene spesso catturata da operatori esterni, mentre i residenti vengono spinti fuori dal centro storico verso periferie meno servite. La città perde abitanti, servizi e funzioni quotidiane, senza ricevere in cambio un miglioramento della qualità urbana». I vicoli non si riempiono perché Ortigia ha saputo reinventarsi, «ma perché era già preziosa. Il turismo non ha creato quel valore: lo sta utilizzando. E, lentamente, lo sta consumando».
Le soluzioni ci sarebbero, secondo la Biblioteca Fedro. La prima riguarda la leva fiscale: «Una parte delle entrate turistiche dovrebbe essere vincolata al sostegno della residenzialità, del commercio di prossimità e della manutenzione urbana». La seconda riguarda la pianificazione urbanistica. «Le norme possono orientare l’uso degli spazi, favorendo botteghe, servizi e attività locali invece della conversione sistematica in affitti brevi o locali per turisti. Quando la regolazione manca o resta inapplicata, il mercato riempie ogni vuoto disponibile. Non serve l’illegalità: basta l’inerzia». La terza leva è quella dei dati.
«Le tecnologie oggi consentono di monitorare i flussi di visitatori in tempo reale misurando l’impatto delle politiche pubbliche - ricorda Giuliano - Senza informazioni precise su presenze e densità, ogni decisione resta improvvisazione. Governare senza dati significa governare al buio». Ma la questione più bruciante riguarda l’identità stessa della città. «Ciò che rende Ortigia unica non è l’immagine turistica, ma la vita quotidiana: le botteghe di quartiere, le relazioni tra vicini. È questa rete invisibile che permette a un luogo di esistere come comunità e non solo come destinazione». Termometro pulsante del problema è la fotografia desolante dei residenti che scompaiono, perché così anche l’autenticità diventa una scenografia. «Ortigia rischia di trasformarsi in un prodotto: un concept venduto al mercato globale, privo della materia viva che lo ha generato». Il nodo, allora non sarebbe il turismo in sé, ma «la capacità - o l’incapacità - di governarlo. «Gli strumenti normativi esistono, le esperienze internazionali anche. Ciò che spesso manca è la volontà politica di distinguere tra un turismo che arricchisce la città e uno che la consuma. Pasqua è trascorsa e come ogni anno lascia dietro di sé una città leggermente più vuota. Finché non si deciderà di porre un argine - non contro chi visita, ma a tutela di chi vive - Ortigia continuerà a perdere lentamente ciò che l’ha resa preziosa: la sua vita quotidiana».