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il ricordo

Undici anni dopo, la memoria di Renato Caponnetto: ucciso per aver detto no alla mafia

Era l'8 aprile 2015 quando l'imprenditore paternese è scomparso. Il barbaro omicidio ricostruito dal processo Araba Fenice. E le parole (forti ed emozionanti) della moglie

09 Aprile 2026, 00:13

Undici anni dopo, la memoria di Renato Caponnetto: ucciso per aver detto no alla mafia

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Undici anni. Un tempo lungo. Ma anche breve, brevissimo. Renato Caponnetto è uscito di casa l'8 aprile 2025 e non è più tornato. Da Paternò a Belpasso, nel Catanese. Pochi chilometri lo hanno inghiottito nel nulla. La moglie si è rivolta ai carabinieri: ha denunciato la scomparsa del marito. Renato aveva deciso di affrontare Carmelo Aldo Navarria che gli voleva imporre un po' di condizioni. Condizioni mafiose. Ma lui aveva deciso di dire no a quell'uomo uscito dal carcere pochi mesi prima. Un atto di coraggio che gli è costato la vita. Renato Caponnetto è stato ucciso in un casolare: poi il corpo bruciato in mezzo ai pneumatici. Un metodo barbaro che Navarria usava negli anni '80 quando era lo "spazzino" del "Malpassotu", Giuseppe Pulvirenti. Il killer di Renato è diventato un collaboratore di giustizia. Il processo Araba Fenice ha svelato i più inquietanti tasselli di quell'omicidio efferato.

Per i familiari però Renato continua a vivere. La moglie Rosanna ne è convinta. Ha voluto affidare a una lettera quello che sente nel cuore. «Ricordo come se fosse ieri quel giorno, l'8 aprile 2015. Non ho mai avuto il coraggio di parlare, ho sempre inghiottito lacrime e dolore, nascondendo bene lo strazio di una moglie a cui hanno ucciso il marito e il suo lavoro e la legalità. Renato era tutto per me e per i miei figli. A loro hanno tolto la felicità di avere accanto un padre che adoravano, un padre esemplare. A distanza di undici anni da quel giorno, i miei figli non hanno mai smesso di soffrire; anzi, il dolore oggi, gravato anche dalla rabbia contro i mostri che hanno ucciso il padre, è ancora più forte del passato. So solo che abbiamo il cuore spezzato, la notte non si riesce più a dormire tra ansie e paure, un trauma così forte che non potremo mai dimenticare! Ho visto le lacrime di mio suocero, per aver perso in maniera così violenta e assurda suo foglio, il dolore di tutta la famiglia ci ha lasciato senza parole “Sono dei mostri”. Ormai nulla è più lo stesso! Mi hanno distrutto la famiglia lasciando un vuoto incolmabile, ho dovuto fare da padre e da madre e non è semplice. L’assenza di Renato ha provocato un immenso dolore nei miei figli. Mio marito non doveva fare questa fine, non meritava tutto quello che ha subito. Lui amava la sua famiglia e voleva liberarsi da quei parassiti che gli chiedevano il pizzo. Nonostante il dolore, a gran voce, diciamo che siamo orgogliosi dell’uomo che era, del coraggio dimostrato nel non volersi piegare all’illegalità. Griderò sempre che vogliamo sia fatta giustizia. Quanto ottenuto fino ad oggi non basta». Rosanna non riesce a perdonare chi definisce un mostro. E chiede una pena esemplare. Rosanna però è grata alle istituzion e a chi l'ha sostenuta e mantiene vivo il ricordo di Renato. «Grazie allo Stato, alla magistratura, ai carabinieri, all’associazione Libera Impresa onlus, che ci hanno sempre sostenuto per potere arrivare agli assassini di mio marito. Renato non è morto! Renato vive. Renato vive in me, nei suoi figli e in quanti lo hanno amato e non dimenticato…Renato vive in quanti continueranno a raccontare la sua storia, in quanti a lui si ispireranno per combattere la mafia. Renato vive in quegli uomini dello Stato che lottano per la legalità e contro il malaffare. Renato noi non ti dimenticheremo mai e questa stele è un nuovo inizio per tutti noi».