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9 aprile 2026 - Aggiornato alle 08:18
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la storia

A 49 anni “ritrova” il padre naturale, la conferma nel dna prelevato nella tomba. «So finalmente chi sono»

Nata da relazione extraconiugale, vince la causa (e 50mila euro di danni). «Papà, ce l’ho fatta: sono tua figlia». I giudici riconoscono che il diritto a essere riconosciuti figli non scade mai

09 Aprile 2026, 07:37

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A 49 anni “ritrova” il padre naturale, la conferma nel dna prelevato nella tomba. «So finalmente chi sono»

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Certe sentenze non sono solo pagine di diritto; sono vite che finalmente trovano giustizia. La storia di Simona Tranchina, 49 anni, casalinga di Avola e madre di tre figli, trova il suo approdo definitivo in una sentenza del Tribunale di Siracusa che chiude un cerchio aperto nel 1977. Quell’anno Simona viene al mondo, frutto di una relazione extraconiugale tra la madre Maria e S.C., un uomo che per decenni le resterà accanto nell’ombra, in un rapporto fatto di presenze e attenzioni mai ufficializzate.

​La svolta arriva nel 2010, a 33 anni, quando la donna scopre di non essere figlia dell’uomo che l’aveva cresciuta. Da lì inizia un percorso giudiziario durissimo. Per ottenere un riconoscimento negato con ostinazione dalla moglie del defunto, l’interessata ha dovuto sfidare ogni resistenza, arrivando alla scelta più estrema: violare il silenzio del cimitero per la riesumazione della salma del padre.

Un passaggio drammatico, l'unico modo per strappare alla terra quel Dna che per mezzo secolo era rimasto un segreto chiuso in una tomba. Sfidando il tabù della morte per far emergere la verità della vita. ​I risultati della consulenza tecnica genetica hanno restituito una verità incontestabile: 99,99% di probabilità di paternità. Una certezza scientifica che restituisce alla figlia una dignità inseguita per una vita intera.

«Ho pianto tanto, ma sono state lacrime di gioia - racconta lei - perché significa sapere finalmente chi sono e poter dire ad alta voce che lui era mio padre».

​La difesa, curata dall'avvocato Antonio Cappello, ha dovuto affrontare in aula sei lunghi anni di opposizioni e ostacoli processuali, puntando tutto su un principio cardine che il Tribunale ha infine confermato: il diritto a essere riconosciuti figli non scade mai. Non esiste un tempo limite, chiariscono i giudici, perché la ricerca della propria identità è legata alla dignità stessa della persona e non può svanire con il passare dei decenni.

​Oltre a confermare il legame di sangue, la sentenza ha affrontato un aspetto civile molto importante. Dato che il padre biologico è scomparso 11 anni fa, la causa non è servita solo a dare un nome al padre, ma anche a riparare simbolicamente alla sua assenza. I giudici hanno infatti stabilito che si è verificato un «illecito endofamiliare». In parole semplici, significa che è stato violato il diritto naturale di una figlia a essere cresciuta, mantenuta e amata dal proprio genitore.

Proprio per questo motivo, alla donna è stato assegnato un risarcimento di 50mila euro: una somma che serve a compensare, per quanto possibile, il vuoto e le difficoltà vissute in tutti questi anni a causa di una verità che le era stata negata. Per Simona, questa vittoria supera il valore burocratico. È un’eredità che lascia ai suoi tre figli, affinché crescano conoscendo le proprie radici.​

Un cerchio che si chiude: «Papà, ce l’ho fatta - sussurra oggi - e ora tutti sanno che sono tua figlia». E per la prima volta, la legge le permette di scriverlo, nero su bianco, su un atto di nascita che ha atteso quasi cinquant'anni.