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Il comizio a Ragusa 105 anni fa trasformato in un massacro dai fascisti e la lettera che ne riscrive la storia
Al comizio dell’onorevole socialista Vacirca si registrano tre morti dopo che un gruppo di fascisti spara sulla folla. Al processo tutti assolti, ma ora una lettera riscrive la verità
Ragusa, 9 aprile 1921, ore 20. Piazza Umberto I. Davanti la Camera del lavoro, un tavolo, improvvisato a palco. In piedi su di esso, l'onorevole Vincenzo Vacirca, socialista. Dinanzi a lui, la folla. Per i socialisti, almeno tremila persone. Secondo i carabinieri, seicento. L’oratore condanna la violenza fascista. Si augura che Ragusa sia risparmiata dall'orrore di vedere le proprie vie bagnate di sangue. Mentre parla, dall'altro lato della piazza, sotto il ripiano della chiesa di San Giovanni, davanti alla sede del Partito Popolare e del Circolo dei Massari, si schierano i fascisti. Filippo Pennavaria e il maggiore Salvatore Minardi capeggiano il gruppo. Disturbano l’oratore con urla e fischi. Dal ripiano della chiesa voci socialiste gridano «Vigliacchi». Alcuni spingono delle grosse pietre giù dalla balaustra. Feriscono Emanuele Schembari ed Emanuele Chiavola, fascisti. L’episodio sarà sfruttato per giustificare il delitto fascista.
Nelle carte del processo, infatti, si legge che i fascisti, per ripararsi dalle pietre, entrano nei locali del Circolo dei Massari. Da dietro le persiane, estraggono le pistole e fanno fuoco. Si spara. A più riprese. Da diversi punti della piazza. Oltre trecento i bossoli esplosi. Sulla folla si abbatte una pioggia di fuoco. Vacirca resta incolume per miracolo. La piazza si svuota in un istante. Sul terreno restano due morti: Rosario Occhipinti, 24 anni, colono; Carmelo Vitale, 26, picconiere. Un terzo, Rosario Gurrieri, morirà l'indomani. «Per scarica di fucile durante una rissa», si legge nell'atto di morte. Non si sa se esplosa durante la sparatoria o negli scontri avvenuti dopo. Nelle carte del processo si parla di due morti. Se così fosse, bisognerebbe cambiare la lapide commemorativa nella piazza, che riporta i nomi di tre vittime. Ufficialmente, i feriti sono 16. In realtà sono molti di più. Ma evitano l'ospedale per non essere arrestati.
Dopo la sparatoria, i carabinieri perquisiscono i circoli della piazza. Nei locali del Partito Popolare e del Circolo dei Massari rinvengono pistole e bossoli. L'inchiesta imbocca un vicolo cieco: il delitto di folla dopo la provocazione socialista. Per i carabinieri non è possibile identificare i responsabili. L'istruttoria del giudice di Modica non dà risultati concreti. Feriti e testimoni dichiarano di non aver potuto riconoscere gli sparatori. I testimoni che li identificano sono ignorati. Nessuno è incriminato. Tranne lo studente socialista Giovanni Lupis, per le lesioni causate gettando le pietre dalla balaustra. Sarà prosciolto per amnistia nel 1923.
New York. Settembre 1926, 401 di Broadway. Redazione del «Nuovo Mondo», giornale antifascista diretto da Vacirca. In quei giorni arrivano corrispondenze, telegrammi, lettere di solidarietà al direttore, fuggito in Messico per evitare l'espulsione dagli Stati Uniti. Tra le missive, una arriva dal Bronx. L'autore è Francesco La Porta. Ragusano, classe 1892, ex picconiere nelle miniere d'asfalto, dopo l'avvento del fascismo, è emigrato clandestinamente negli Stati Uniti. Scrive una lettera di solidarietà all’amico Vacirca, ricordando quella volta che gli salvò la vita. Il «Nuovo Mondo» la pubblica integralmente.
«Il 9 aprile, lo ricordo bene, era di sabato», esordisce. Pochi giorni prima era venuto a Ragusa il sottosegretario Gabriello Carnazza, ospite «di quel gesuita e ruffiano di Pennavaria», e aveva dato l’abbrivio alle violenze squadriste, assicurando armi e impunità. Il giorno del comizio, «Il delegato di P. S. sig. D'Agato, saputo che noi dovevamo portare il Vacirca in paese, venne negli uffici del sindaco dove c'era io, La Carrubba [sindaco] e l'avvocato [Giuseppe] Lupis». «Il funzionario protestò volendo impedire la venuta del deputato socialista e dopo la nostra insistenza rispose che lui, con la forza pubblica, si sarebbe assentato e che avrebbe fatto ritorno dopo successo il fattaccio, a raccogliere i morti, come infatti avvenne».
La sera del comizio, nel Circolo dei Massari «vi era tutta la teppa e la maffia del paese armata di pugnali e rivoltelle, protetti da un maresciallo della R. Guardia e più di 30 militi armati di moschetto». A un certo punto, il picconiere scorge la canna di una pistola puntata contro l’oratore. Si lancia su di lui e lo butta a terra, salvandogli la vita. Gli spari costringono lui e i compagni a ripararsi. «Io e il compagno Vacirca entrammo nella Camera del lavoro piena di operai e bambini. La piazza sembrava un campo di battaglia. Gridi e lamenti si udivano da ogni lato. I feriti invocavano aiuto. Donne e bambini strillavano e piangevano. Due feriti gravi giacevano sul marciapiede proprio davanti alla Camera del Lavoro implorando aiuto! Chi poteva andare in loro soccorso? Proprio di fronte c’erano i carabinieri e fascisti che sparavano come tanti pazzi. Io e il Vacirca si tentò tre o quattro volte, ma le pallottole ci impedivano di portare a termine l’azzardato proposito».
Dopo la sparatoria, «Vacirca si scagliò subito con parole roventi sul maresciallo dei carabinieri e sul delegato di P. S. per la condotta mantenuta dai loro uomini, e volle recarsi sul posto da dove partirono i colpi che colpirono i disgraziati lavoratori. Là vennero raccolti un centinaio di bossoli di cartucce da rivoltella, che egli prese per aver una prova da poter presentare alla Camera dei deputati nel resoconto dell’accaduto. Il delegato disse al Vacirca di allontanarsi immediatamente dalla cittadina perché non poteva dare alcuna garanzia sulla di lui sicurezza nel caso si fosse trattenuto ancora».
Il ritaglio del giornale è spedito in Italia all'avvocato Salvatore Molè, antifascista, ex sindaco di Vittoria. Per aggirare la censura, è indirizzato a un cugino di Vacirca, Ernesto Santonocito, iscritto al sindacato fascista. La polizia politica intercetta la busta. E la sequestra. Santonocito finisce tra i vigilati, il ritaglio negli archivi in Questura.
Caduto il fascismo, la vedova e il figlio di Carmelo Vitale chiedono un nuovo processo. Dei testimoni accusano 64 fascisti. L'istruttoria ne proscioglie 52. Dodici finiscono davanti alla Corte d'Assise speciale convocata a Modica. In udienza, i testimoni non confermano le accuse. Si intuiscono pressioni e intimidazioni. Anche il giudice lo nota: sembrano agire «concordemente e come se si fossero scambiati una parola d'ordine». La sentenza arriva il 30 aprile. Nella piazza c'era confusione. Era sera. La paura alterava le percezioni. Difficile in quelle condizioni e dopo tanto tempo identificare i responsabili. Il presidente della Corte Giuseppe Verzi ritiene le prove insufficienti e assolve gli imputati. Ma ammette: sarebbe stato diverso, se ci fosse stata la prova di un accordo preventivo tra i fascisti.
La prova c’era: nella lettera di La Porta, sepolta negli archivi. Avrebbe potuto aprire nuovi scenari, costringendo a indagare sull'accordo previo. Oggi, quelle parole tornano alla luce. E raccontano una storia di verità emerse e scomparse, di silenzi complici e di giustizia negata.
Giovanni Criscione