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Vent'anni dopo: la cattura di Bernardo Provenzano e la fine della vecchia mafia
L'arresto di Bernardo Provenzano: vent'anni dopo, la cattura che fece crollare la vecchia mafia, tra pizzini, pedinamenti e la tenacia di Renato Cortese immersa nelle polemiche giudiziarie
Sembra quasi ieri, ma sono trascorsi 20 anni. Venti anni fa, l' 11 aprile del 2006, era stato arrestato, dopo 43 anni di latitanza, iniziata il 10 settembre del 1963, l'ultimo “capo dei capi” di Cosa Nostra, il “corleonese” Bernardo Provenzano che dopo la cattura di Totò Riina aveva preso in mano le redini di quel che restava di Cosa Nostra.
Quell'arresto provocò il disfacimento di Cosa Nostra, che era stata già decimata dalle inchieste della Procura di Palermo e dalle indagini di polizia e carabinieri.
Una data storica, da non dimenticare, perché quell'arresto provocò il disfacimento della vecchia mafia, quella che gestiva traffico di stupefacenti e grandi appalti, che “comandava” non soltanto in Sicilia, ma anche nel resto di gran parte dell'Italia, che aveva rapporti con la politica, non soltanto quella siciliana, che faceva grandi affari e che aveva sfidato apertamente lo Stato, compiendo centinaia di omicidi, uccidendo poliziotti, carabinieri, magistrati, gente innocente ed anche bambini, fino alle stragi di Capaci e di via D'Amelio dove furono massacrati i giudici Falcone, la moglie Francesca Morvillo, il giudice Paolo Borsellino, massacrati con autobomba che trucidarono anche gli uomini delle loro scorte, facendo tanti orfani e vedove.
Quello fu l'apice dello scontro Stato-Mafia, una mafia che si era “vendicata” per l'esito della sentenza del Maxiprocesso che prima li aveva portati in carcere e che poi condannò boss e “soldati” di Cosa Nostra (compresi Riina e Provenzano) ad ergastoli e pesanti condanne.
E lo Stato, dopo anni di incomprensibile “distrazione”, finalmente decise che era ora di finirla e che non era possibile che capi mafia come Riina e Provenzano (e tanti altri) erano ancora da oltre 30 o 40 anni, “latitanti”.
Latitanti per modo di dire, perché vivevano con le loro famiglie, in città a Palermo, o a Corleone, che andavano in vacanza, che andavano a farsi curare in cliniche private in città ma anche a Marsiglia (Provenzano), che andavano al ristorante etc.
E così, finalmente (ripeto) diedero la caccia ai latitanti, dotando le forze dell'ordine di uomini e mezzi che diedero dei risultati.
Prima con la cattura di Totò Riina (15 gennaio 1993) ammanettato dopo essere uscito dalla sua villa con piscina in via Bernini a Palermo e poi l'arresto (11 aprile del 2006) dell'altro “fantasma”, Bernardo Provenzano in una stalla di contrada Cavalli a Corleone, a casa loro insomma.
Il primo fu catturato dai carabinieri del Ros, dal capitano Sergio De Caprio, il secondo, dalla polizia, dal capo della “Catturandi” della Squadra Mobile di Palermo, Renato Cortese e dai loro uomini.
Finalmente! Per individuare Provenzano, Renato Cortese ed i suoi uomini hanno dovuto faticare e soffrire per anni. Per catturare Riina era stata fondamentale la collaborazione del mafioso, poi pentito, Balduccio Di Maggio, “killer” di San Giuseppe Jato del clan dei Brusca; per catturare Provenzano, c'erano solo indizi, intercettazioni, e giorni e giorni di “osservazioni” di poliziotti che hanno passato mesi e mesi a studiare “pizzini” che ogni tanto venivano ritrovati, e pedinare uomini vicini a Provenzano per tentare di trovare una pista.
E dopo anni di studi e fatiche Cortese ed i suoi uomini riuscirono ad individuare il suo nascondiglio in contrada Cavalli, a Corleone. E finalmente, l' 11 aprile del 2006, Cortese ed i suoi uomini sbarcarono a Corleone e fecero irruzione in quella stalla dove si nascondeva Bernardo Provenzano che si arrese immediatamente. Ed in quella stalla Cortese trovò i resti dell'ultimo pasto consumato dal capo mafia (ricotta e cicoria) e la sua macchina da scrivere con decine e decine di “pizzini”, inviati e ricevuti dagli altri capimandamento di Palermo e di tutta la Sicilia dove si parlava di appalti, estorsioni e di tanto denaro.
Provenzano era miracolosamente (non so quanto ndr) sfuggito a delle catture, una in particolare, quando il pentito catanese, Luigi Ilardo, allora “reggente” della famiglia di Caltanissetta, aveva indicato al colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, che doveva incontrarsi il 31 ottobre del 1995 proprio con Bernardo Provenzano in un casolare di Mezzojuso (Palermo). Riccio era dei carabinieri del Ros allora comandato dal generale Mario Mori, che per motivi poco chiariti, secondo Riccio, non intervennero e Provenzano rimase latitante per altri 11 anni.
Provenzano era sfuggito un'altra volta alla cattura. Era il 30 gennaio del 2001 e quel giorno la Squadra Catturandi di Renato Cortese fece irruzione in una masseria di Mezzojuso ma Provenzano non c'era, furono arrestati due fedelissimi del boss, Benedetto Spera e Nicola La Barbera. Quella mancata cattura provocò un duro scontro tra polizia e carabinieri che accusarono la polizia di Stato di avere “bruciato” una pista investigativa che stavano seguendo e che avrebbe portato sicuramente a Provenzano. Uno scontro furioso rivelato da chi scrive su “Repubblica”.
Ma Cortese, anche se stanco ed amareggiato, continuò la sua caccia a Provenzano, fino a quando gli mise le manette ai polsi in Contrada dei Cavalli a Corleone. Cortese al quale va dato grande merito per la sua tenacia e capacità di investigatore, e poi però finito in mezzo a quella che definisco “Odissea” giudiziaria.
Dopo avere ricoperto ruoli di grande prestigio, anche Questore di Palermo, venne poi inquisito e condannato perché aveva arrestato (quando era capo della Mobile di Roma) la moglie di un presunto “dissidente” e pregiudicato kazako che si era rifugiato a Roma. La donna era stata “espulsa” dall'Italia su ordine del prefetto, del questore, della Procura di Roma allora diretta da Giuseppe Pignatone e dal ministero degli Interni, allora diretto da Angelino Alfano. Cortese eseguì quegli ordini, e se non lo avesse fatto avrebbe compiuto un reato. Ma i “mandanti” non sono stati mai indagati. Soltanto lui ed altri colleghi sono stati processati e condannati. In primo grado Cortese e gli altri furono condannati, in secondo grado furono assolti “per non avere commesso il fatto”, in appello di nuovo condannati nonostante il pubblico ministero, cosa rara, avesse chiesto l'assoluzione. E l'odissea continua. Incredibile ma vero.