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15 aprile 2026 - Aggiornato alle 10:10
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LA STORIA

Salvata, dispersa, affidata: una madre ritrova la figlia, ma non riesce a stare con lei. E ora il caso scoppia a Siracusa

Da una fuga per salvare la bambina dall’infibulazione al calvario del ricongiungimento: tribunali, famiglia affidataria e tensioni sociali nella città aretusea

15 Aprile 2026, 06:25

06:30

Salvata, dispersa, affidata: una madre ritrova la figlia, ma non riesce a stare con lei. E ora il caso scoppia a Siracusa

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Quando è stato deciso che sua figlia, in Costa d’Avorio, avrebbe dovuto subire l’infibulazione, è scappata. Ha scelto di portarla con sé verso l’Europa, dove avere prospettive di vita migliore. Ma in mare lei quella bambina l’ha persa. E per ritrovarla ci ha messo anni. Da quasi un anno, il tribunale ha deciso che lei ha il diritto di tornare con sua figlia; ma a Siracusa, città dove la bambina vive insieme a una famiglia “collocataria”, eseguire la sentenza è diventato un calvario. La storia gira da ore di bocca in bocca. Sui giornali online del territorio, dove i genitori ex affidatari vengono definiti «a scadenza». Sui profili social, che invitano a costruire un movimento di popolo per lasciare la bambina con la famiglia che l’ha cresciuta fino a ora. Nella sentenza del tribunale per i Minorenni, però, c’è tutta la complessità di una vicenda umana che parte dalla scelta di una madre.

Mia, il nome è di fantasia, nasce nel 2019. Sua madre, Fatima, anche questo nome è finto per tentare di tutelare la minore, di anni ne ha 14 quando la partorisce. Un anno dopo, nel 2020, Mia ha un anno e gli uomini del villaggio decidono che è pronta per subire la mutilazione dei genitali. Per questo Fatima scappa. Attraversa il Mali, trascorre nove mesi in Libia prima di riuscire ad avere i soldi per affrontare il viaggio verso l’Europa. La notte della partenza il mare è agitato. Mentre dalla spiaggia tenta di raggiungere la nave sulla quale imbarcarsi, Fatima scivola e inciampa. Affida Mia a chi ha più energie di lei, affinché la porti in salvo sulla barca e lei continua a provare. Ma a un certo punto rischia di annegare, sviene. Si risveglia fradicia sulla sabbia, il barcone è partito senza di lei. Ma con la bimba.

A febbraio 2022 quel barcone pieno di migranti partiti dalla Libia viene intercettato dalla nave della ong Ocean Viking e le persone che ci sono dentro vengono salvate e fatte sbarcare a Pozzallo. Mia è una minore straniera non accompagnata. Per lei si aprono le porte prima della casa famiglia e poi, a giugno 2022 viene affidata a una famiglia “allo stato della procedura”. Mia, cioè, non è una bambina adottabile. È una bambina che si è persa. La famiglia affidataria sa, in altri termini, che sono in corso le ricerche del nucleo familiare e che, se quel nucleo si troverà e sarà idoneo, lì è dove la bambina dovrà tornare.

A occuparsi di cercare questo legame è il servizio Restoring family links del Movimento internazionale Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. A dicembre 2022, la tutrice della bambina sollecita la Croce Rossa per avere notizie sulle ricerche. La Croce Rossa risponde a gennaio 2023, dice di non avere mai ricevuto alcuna richiesta dal tribunale per i Minorenni. Il tribunale inoltra la richiesta, di nuovo.

Passano sei mesi. La tutrice di Mia, il 12 luglio 2023, avvia le pratiche per dichiararla abbandonata e, quindi, adottabile. Il 23 luglio dello stesso mese, la Croce Rossa risponde: aspettate, in Emilia Romagna c’è una donna che cerca questa bambina. Fatima aveva trascorso un altro anno in Libia, prima di riuscire a mettersi di nuovo in viaggio per l’Italia. A fine marzo era sbarcata a Brindisi, era stata trasferita al Cara di Bari e poi da lì al Nord, dove aveva chiesto che venisse trovata sua figlia, quella di cui mostrava le alcune foto.

A novembre di quell’anno il tribunale decide che bisogna verificare che Fatima sia effettivamente la madre. La giovane (nel 2023 ha 22 anni) viene convocata affinché si possa eseguire su di lei il test del Dna, che si svolge a febbraio 2024. A quel punto, si sa da più di sei mesi che Fatima cerca Mia, e che la bambina ha una madre ancora viva. I risultati degli esami non lasciano dubbi: Fatima è al 99,99 % la mamma.

La tutrice della bambina, a Siracusa, chiede che si valuti se il ricongiungimento con la madre sia «funzionale al benessere» di Mia, visto che i genitori affidatari, con i quali vive da un anno e mezzo, la chiamano mamma e papà. La procura per i Minori non è d’accordo: propone una «ripresa graduale dei rapporti madre-figlia, con il supporto dei servizi specialistici». Il tribunale media, chiede una perizia sulle capacità di Fatima di prendersi cura della bambina e, qualora non lo fosse, ipotizza percorsi ancora più morbidi.

Nella primavera del 2024 Fatima viene trasferita a Siracusa. Mentre si svolge la perizia, i genitori affidatari chiedono di essere ascoltati dal tribunale per i Minori di Catania: il loro rapporto con la bambina è forte, le vogliono bene, vorrebbero adottarla. Ma sì, dicono, erano stati «resi consapevoli che poteva essere stata ritrovata la madre biologica della minore». Le perizie sono tutte favorevoli: Fatima può tornare a occuparsi di sua figlia, può incontrarla e, gradualmente, con il supporto di tutti, ripristinare un rapporto con Mia al fine di tornare a vivere con lei.

Nella sentenza con la quale il tribunale dà il via libera alla ricostruzione del legame familiare, diritto sancito anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, si legge: la vita difficile e triste sopportata da Fatima fino a quel momento «non ha inciso né logorato la volontà della stessa di migliorare le proprie condizioni di vita e di proteggere la figlia da esperienze simili alle sue». A Siracusa, Fatima costruisce in pochi mesi una rete di sostegno, prende lezioni di italiano al centro di istruzione per adulti e lezioni private dai volontari. Ha un contratto di lavoro regolare. Ha una famiglia che è disposta ad accoglierle tutt’e due, sia lei sia Mia, nello stesso territorio, in modo che la bambina non cambi abitudini.

I consulenti che, nel frattempo, incontrano Mia fanno rilevare al tribunale come la bambina sia curiosa nei confronti della sua madre biologica, ma anche preoccupata per la reazione dei genitori affidatari e per il dolore che potrebbero soffrire. Gli esperti sottolineano l’importanza che anche gli affidatari siano seguiti da personale esperto nell’affrontare questo passaggio, doloroso ma previsto e obbligato.

La sentenza è di luglio 2025. Gli incontri fra Fatima e Mia sono difficili, brevi, senza la continuità indispensabile. Il 31 marzo 2026 il tribunale per i Minori deve sollecitare l’esecuzione della sentenza. Nel provvedimento si legge di una difficoltà della famiglia di Siracusa, ormai diventata semplicemente «collocataria», «a cedere il ruolo di genitori». Si parla di una «collaborazione formale ma non sostanziale». Mia dice a Fatima frasi come: «Tu sei povera», «Tu sei troppo giovane per crescermi». E anche: «Tutti si preoccupano di te ma nessuno aiuta i miei genitori che soffrono». «Il linguaggio e i temi utilizzati dalla bambina per ferire la madre non sembrano appartenere al mondo infantile ma piuttosto a un mondo di adulti», annota il tribunale.

Si decide, così, di passare da una “famiglia ponte”, che ha lo scopo di consentire alla bambina di prendere le distanze dalle pressioni esterne che inevitabilmente le producono sofferenza; in seguito, il tempo trascorso con la madre biologica potrà essere gradualmente sempre più libero dai sentimenti di colpa prodotti dal vissuto di “tradimento” verso la famiglia che l’ha accudita fino ad ora.

Il Tribunale - si legge ancora negli atti - non ignora e comprende pienamente la sofferenza della coppia collocataria, il cui legame affettivo con la minore dovrà comunque essere garantito, sia pure a seguito del momentaneo e indispensabile distacco, necessario al fine di consentire la costruzione di un solido ed equilibrato rapporto madre-figlia. La bambina, dice ancora il tribunale, è troppo piccola per capire appieno la rilevanza del rapporto con la madre biologica. Per questo viene revocato il collocamento dalla famiglia siracusana e viene ordinato il trasferimento di Mia altrove, dove potrà vivere più serenamente il riavvicinamento con la madre, in attesa di potere costruire un rapporto anche con l’altra famiglia.

Da giorni, però, questa separazione è sulla bocca di tutta Siracusa. Mia neanche scende dalla macchina dei collocatari, mentre attorno c’è chi riprende la scena coi cellulari. Poi c’è la stampa, l’invito alla mobilitazione per tenere Mia a Siracusa. Il rischio di disordini che non sfugge a nessuno e di fronte ai quali il benessere presente e futuro di una bambina di sette anni resta indietro.