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15 aprile 2026 - Aggiornato alle 18:11
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L'inchiesta

Frana di Niscemi, ecco quale è l'intervento mai realizzato che poteva salvare la città

Al centro dell'indagine della procura di Gela i lavori di mitigazione non avviati contro il dissesto idrogeologico

15 Aprile 2026, 14:54

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Frana di Niscemi, ecco quale è l'intervento mai realizzato che poteva salvare la città

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Il torrente Benefizio, che scorre ai piedi della collina di Niscemi e si trasforma in un’insidia che fa esplodere la terra, semina disperazione e rabbia. Un corso d’acqua su cui, nel tempo, si sarebbero dovuti svolgere interventi: sono stati finanziati ma mai realizzati. Il mancato intervento sul Benefizio appare non come un errore tecnico, ma come un problema politico e amministrativo, quasi simbolico del “disastro annunciato” che la città ha vissuto per trent’anni. Tutto inizia nel 2006, nove anni dopo la relazione tecnica scritta per la frana del 12 ottobre 1997. C’è il progetto di sistemazione idraulica del torrente, volto a controllare l’erosione. Tre anni dopo, nel 2009, viene affidata una gara da circa 9 milioni di euro a un’ATI, ma già nel 2010 il contratto viene risolto per “gravi ritardi”. Ne nasce un lungo contenzioso, che si chiude solo nel 2016, ma la paralisi resta. Il torrente Benefizio è un fattore di rischio, una concausa della grande frana dello scorso 25 gennaio a Niscemi.

Geologi e tecnici – nel 1997 così come ora – lo hanno scritto chiaramente: il mancato intervento di sistemazione idraulica è stato indicato come una delle cause che hanno favorito il dissesto idrogeologico della zona. Le acque bianche e nere di metà paese, negli anni, finiscono dentro il Benefizio, in parte a cielo aperto, perché “un depuratore funzionante non c’è”. O meglio, lo si sta realizzando, ma in tutt’altra parte del centro abitato. La assenza di una rete adeguata, sommata a scelte urbanistiche poco prudenti (come l’asfaltatura di un parcheggio vicino al cimitero, che riduce l’assorbimento naturale dell’acqua), carica ulteriormente il corso d’acqua, favorendo erosione, incisione e, in ultima istanza, cedimenti del terreno.

Lo scorso gennaio i nuovi eventi franosi a Niscemi, nell’area del torrente Benefizio, hanno provocato cedimenti verticali fino a 50 metri e costretto le autorità a vasti interventi di emergenza e sgomberi. Il movimento franoso, attivo su un fronte di circa quattro chilometri nell’area del Benefizio, ha prodotto il salto di scala: non solo cedimenti puntuali, ma un’intera fascia del versante in lento, ma inesorabile, movimento, con le strade provinciali 12 e 10 spaccate e migliaia di persone evacuate. Dopo gli ultimi eventi franosi, nuovamente l’attenzione è stata posta sul torrente Benefizio, su quegli interventi programmati e mai effettuati. Ma, paradossalmente, questa volta i soldi ci sono. Stanno lì, in un capitolo di bilancio della Regione, ma non vengono spesi. Il caso del torrente Benefizio a Niscemi è un esempio di come l’assenza di interventi, più che il disastro naturale, sia spesso frutto di scelte politiche, amministrative e gestionali. Trent’anni di progetti, finanziamenti e contenziosi, e un torrente mai “domato”.

C'è questo al centro dell’inchiesta della procura di Gela sulla frana di Niscemi. E spuntano i nomi dei primi presunti responsabili, compresa l’amministratrice dell’ATI, Sebastiana Coniglio, che avrebbe dovuto fare i lavori e non li ha portati avanti. Una scelta tecnica da parte dell’azienda, perché lo stato dei luoghi, rispetto al progetto approvato, era cambiato.

Ora si trova indagata per disastro colposo e danneggiamento seguito da frana. Un’accusa per la quale dovrà difendersi, mentre rimangono tanti interrogativi. Uno tra tutti: se gli interventi sul torrente Benefizio si fossero effettuati, si sarebbe potuta evitare l’esplosione della frana del 15 gennaio prima e del 25 gennaio dopo?