la latitanza
"Sepolto vivo" con a stento un divano-letto: chi è l’ex comandante del carcere di Bicocca al servizio del clan catturato a Catania
Giuliano Gerardo Cardamone, oggi 70enne, ha favorito alcuni detenuti legati ai Laudani. Era ricercato da gennaio
Finisce all’ottavo piano di un palazzo di Librino la latitanza di Giuliano Gerardo Cardamone, ex comandante della Polizia Penitenziaria nel carcere di Bicocca, ricercato da gennaio dopo essere stato condannato definitivamente a dieci anni di reclusione per corruzione e concorso esterno in associazione mafiosa.
Le ricerche eseguite dalla Sezione Catturandi della Squadra Mobile etnea, anche nel territorio calabrese, non avevano dato esito, tanto che la procura aveva richiesto e ottenuto la dichiarazione di latitanza. L’Ufficio investigativo della questura - coordinato dal Servizio Centrale Operativo - avviata una serrata attività finalizzata alla cattura, anche attraverso presidi tecnici, lo ha rintracciato e arrestato in piena notte sorprendendo Cardamone su di un divano letto, che, insieme con pochi altri mobili e suppellettili, costituiva l’arredo dell’immobile. Gli agenti della Mobile dopo aver monitorato approfonditamente i movimenti dei sue familiari, hanno individuato lo stabile dove l’ex funzionario si nascondeva, situato allo stesso indirizzo di residenza.
Originario del catanzarese, oggi settantenne, da mesi viveva nascosto in viale Nitta, “sepolto vivo” all’interno dell’appartamento occupato abusivamente.
Nel lontano 2014, finito al centro di un’inchiesta antimafia dopo le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e l’arresto di alcuni agenti penitenziari, ha subito il processo che si è concluso a dicembre 2025 con la condanna. Le indagini, coordinate dalla Dda, furono avviate dopo l’arresto in flagranza, nel novembre 2012, di Antonino Raneri (poi condannato per detenzione di droga e corruzione, sentenza non definitiva) trovato in possesso di un pacco contenente cocaina, marijuana, "pizzini", profumi e altri oggetti che doveva consegnare ai detenuti dietro un corrispettivo di denaro.
Un sistema di corruzione dei poliziotti penitenziari in cui gli agenti in cambio di 200-300 euro a pacco, permettevano ai detenuti, specie a quelli affiliati alle organizzazioni mafiose, di ricevere alimenti non consentiti, sostanze alcoliche, profumi, telefoni cellulari, supporti informatici e addirittura cocaina e marjuana. In alcuni casi sarebbero stati favoriti anche incontri fra boss mafiosi ristretti, ai quali sarebbero stati garantiti anche colloqui telefonici con i propri familiari oltre il numero massimo consentito; inoltre sarebbero stati veicolati messaggi degli stessi boss verso l’esterno. In questo contesto, l’ex comandante non solo ha favorito alcuni detenuti legati al clan Laudani offrendo servizi e agevolazioni in cambio di denaro, ma è stato totalmente a servizio della famiglia mafiosa. Colpevole in via definitiva di aver collaborato con gli ambienti criminali catanesi mentre lavorava nel sistema penitenziario.
L’ex funzionario è stato rinchiuso nel carcere di Agrigento.
