il caso
I veleni dell'Antimafia riaprono le ferite di via D'Amelio: la risposta di Manfredi Borsellino
Polemica sulle intercettazioni dell'ex pm Natoli. La ferma replica della famiglia: «Frasi deprecabili sui presunti privilegi nati dalla morte di nostro padre»
Le ferite di via D’Amelio tornano a pulsare. Non per nuove rivelazioni su tritolo o mandanti, ma per il peso di parole scagliate da chi, per anni, ha condiviso lo stesso Palazzo di giustizia in cui operava Paolo Borsellino.
Al centro della tempesta sono finite le intercettazioni dell’ex magistrato Gioacchino Natoli, depositate alla Procura di Caltanissetta, e la ferma, composta replica di Manfredi Borsellino, figlio del giudice assassinato da Cosa nostra nel 1992.
Il contesto è l’indagine nissena sul presunto insabbiamento del dossier “Mafia e Appalti”, in cui l’ex pm Natoli è indagato per favoreggiamento aggravato alla mafia e calunnia. Al di là dei profili procedurali — per i quali i magistrati hanno di recente chiesto l’archiviazione limitatamente al movente delle stragi — a fare rumore sono i contenuti delle registrazioni.
In una conversazione con l’ex collega, oggi senatore, Roberto Scarpinato, Natoli avrebbe definito Paolo Borsellino “un grande coglione”. Ancor più gravi le insinuazioni secondo cui i figli del magistrato avrebbero tratto “privilegi” dalla morte del padre.
Frasi che lo stesso Natoli ha poi ricondotto a uno stato di forte pressione, sentendosi accerchiato dalle accuse e irritato dagli attacchi dell’avvocato Fabio Trizzino, coniuge di Lucia Borsellino. Scuse e stress non hanno però attenuato l’amarezza per affermazioni giudicate “di una violenza barbarica”.
La famiglia ha risposto con una nota di Manfredi Borsellino, oggi vicequestore della Polizia di Stato: «Nel leggere quanto contenuto nella richiesta di archiviazione notificataci dalla Procura di Caltanissetta, non possiamo ancora una volta non rammaricarci per le parole captate negli stralci di intercettazioni».
Tono sobrio, ma netto: nessuna discesa sul terreno dell’insulto, piuttosto la difesa della statura etica del padre e della dignità dei suoi cari. «Conoscendo l’animo e la grandezza morale di nostro padre, le ingiurie a lui riferite, nonché le frasi pronunciate sulla presunta condizione di privilegio che ne sarebbe derivata a noi figli dalla sua morte, sono deprecabili». E ancora: «Chi ha conosciuto la nostra famiglia tali frasi non avrebbe dovuto neanche pensarle».
Mentre Natoli lamenta la distruzione di una reputazione costruita in una vita di impegno antimafia, resta la lacerazione inferta a una famiglia costretta, trent’anni dopo, a difendere il nome e l’eredità morale del giudice non dai mafiosi, ma dal livore intercettato di ex colleghi. In attesa che la giustizia faccia piena luce sulle ombre del dossier “Mafia e Appalti”, questa vicenda consegna l’immagine di un Paese ancora avvelenato dai veleni di allora.