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18 aprile 2026 - Aggiornato alle 16:07
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Caltanissetta

Le 389 pagine che riscrivono la storia delle stragi: mafia, appalti e misteri irrisolti

Dalla richiesta di archiviazione della Procura ai veleni a Palazzo San Macuto Dietro, lo smembramento dei fascicoli sui “rapporti proibiti”, un piano dettagliatamente studiato

18 Aprile 2026, 15:29

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Le 389 pagine che riscrivono la storia delle stragi: mafia, appalti e misteri irrisolti

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L’“indagine apparente” di mafia e appalti dopo le stragi, il lavoro – a tratti non conforme – dei magistrati e il sospetto che dietro allo smembramento dei fascicoli su cosa nostra, imprenditoria e politica dopo la morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi in due stragi nel 1992, ci fosse un piano dettagliatamente studiato è il retroscena della richiesta di archiviazione inoltrata al gip dalla Procura di Caltanissetta nell’ambito dell’inchiesta contro ignoti. Le 389 pagine adesso vengono definite «l’enciclopedia» giudiziaria postuma alle stragi del ’92. Un documento in cui si cercano i nomi di chi avrebbe accelerato gli eccidi ma nello stesso tempo vengono a galla già i primi sospetti nei confronti dei magistrati palermitani: «Non diciamo che anche il magistrato migliore non possa fare errori - ha detto il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca in antimafia -Il punto è che in tutta questa vicenda ci troviamo di fronte a pm di eccezionale livello professionale, ma tutti gli errori vanno nella stessa direzione e cioè verso l’impunità di Buscemi e dei vertici di Ferruzzi che operavano in Sicilia».

Di perplessità a condurre indagini nei confronti dell’imprenditoria siciliana furono avanzate anche da Alessandro Pansa, negli anni 90 allo Sco e poi nominato a capo della polizia. A raccontarlo è Roberto Saieva che arrivato a Palermo voleva “salvare” quei fascicoli giudiziari le cui indagini erano state «effettuate in forma apparente», sostengono a Caltanissetta. Ma non fu possibile perché anche Pansa si era defilato dopo che gli erano state negate alcune perquisizioni e l’autorizzazione alle intercettazioni non era stata inoltrata neanche al gip dell’epoca. «Quando ho avuto la delega su questo tipo di procedimenti a Palermo ho subito segnalato al dottor Caselli che, nel corso dell’attività, avevamo costatato che esistevano diverse trascrizioni nei registri immobiliari dai quali risultava che dal gruppo Piazza erano stati venduti molti appartamenti alla famiglia Pignatone; a lui, alla moglie al padre, ai fratelli». Eppure il nome di Vincenzo Piazza era noto negli uffici giudiziari palermitani perché ritenuto un imprenditore vicino a Cosa nostra. E quel rapporto di conoscenza con il magistrato che è stato a capo del tribunale del Vaticano era a conoscenza anche dei collaboratori di giustizia.

L’isolamento dei giudici

«Falcone e Borsellino non erano ben visti né all’interno probabilmente di parte della magistratura che non erano tanto favorevoli né a lui né a Borsellino». Le parole del pentito Antonino Giuffrè rimbombano nell’aula di giustizia a Caltanissetta parlando dell’isolamento dei due magistrati ricordando che «la forza di Salvatore Riina risiedeva proprio in questo». Uno schema che Cosa nostra ben conosceva. Era accaduto quindi con Giovanni Falcone prima che accettasse l’incarico a Roma, fu fatto anche con Paolo Borsellino prima che esplodesse la Fiat 126 in via D’Amelio. E proprio quest’ultimo magistrato era pronto ad andare avanti nel ricostruire movente e autori della strage di Capaci in cui morirono il fraterno amico Giovanni, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta. E stava lì a segnare in quell’agenda rossa ogni informazione utile da poter riferire alla procura di Caltanissetta che indagava per competenza. «Dopo l’eliminazione del dott. Borsellino – scrivono i magistrati nisseni - dovevano essere disperse anche le considerazioni che lo stesso poteva aver annotato che avrebbero costituito un documento di importanza fondamentale. D’altro canto, è certo che la sparizione dell’agenda non rispondeva ad alcun interesse diretto di cosa nostra, quanto piuttosto di ambienti che con la stessa erano in contatto a tenere celato quanto il dott. Borsellino aveva scoperto sul punto e, verosimilmente, annotato nell’agenda».

Poi la strage di via D’Amelio e la rivoluzione politica con la prima Repubblica che cade a suon di inchieste giudiziarie, in particolare con Mani pulite di Antonio Di Pietro che scoprì lo stesso sistema che in Sicilia veniva chiamato «mafia e appalti». C’è quindi da registrare che «il verificarsi della strage di via D’Amelio dopo soli 56 giorni dalla strage di Capaci non comportò alcun vantaggio per l’organizzazione mafiosa, ma solo l’adozione di provvedimenti legislativi (primo tra tutti la stabilizzazione del regime di cui all’art 41 bis) certamente negativi per cosa nostra». Non certo per chi – tra servizi segreti e massoneria – ha continuato a fare affari rimanendo impuniti.

Le indagini dopo le stragi

Dopo le stragi del ’92 le indagini, il depistaggio e ancora tante domande senza risposta. Chi era l’uomo all’interno del garage di via Villasevaglios? È qui che si prepara definitivamente la vettura con l’esplosivo che verrà innescato nel pomeriggio del 19 luglio del 1992 in via D’Amelio. Le indagini vengono affidate dal procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra (si scopre ora che era membro della massoneria a Nicosia) ai servizi segreti guidati da Bruno Contrada. Un corto circuito tecnico giudiziario non di poco conto, mentre sull’altro fronte indaga la squadra mobile di Palermo guidata da Arnaldo La Barbera che «intese favorire l'impunità di soggetti diversi da "cosa nostra", colpendo comunque almeno in una sua parte questa organizzazione e lasciando indenni alcuni esponenti di essa», sta scritto nei motivi della sentenza per depistaggio. Tutto questo con l’obiettivo di «dare corso ad una prospettazione "minimalista" che non intaccasse responsabilità di soggetti esterni in qualsiasi modo coinvolti nella strage». Colletti bianchi rimasti immuni.

I veleni dell’attualità

In commissione nazionale antimafia Chiara Colosimo ha aperto le audizioni per il collegamento di “mafia appalti” quale concausa della strage di via D’Amelio. Da oltre tre anni sfilano magistrati, componenti del Ros e avvocati. Tutti lì a raccontare la propria verità, a depositare documenti per far valere le ragioni dell’uno e dell’altro. Ad ascoltare ci sta Roberto Scarpinato, che nel ’92 era alla procura di Palermo e con un documento sfiduciò l’allora procuratore Pietro Giammanco impegnato anche ad intrattenere rapporti con politici che vennero ammazzati da cosa nostra. Lo stesso magistrato parlando con il collega ha detto di essere pronto a “seppellire sotto una montagna di documenti” la stessa commissione. Tra i testimoni il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno, gli stessi che al Ros di Palermo hanno redatto il primo rapporto “mafia e appalti”. E poi c’è stato Gioacchino Natoli, il magistrato a cui venne affidata la collaborazione di Gaspare Mutolo nel luglio del 1992. Proprio Natoli durante la preparazione dell’audizione sentì il senatore Scarpinato.

Quelle dichiarazioni oggi sono ritenute dalla procura di Caltanissetta «totalmente inattendibili» perché concordate «minuziosamente e analiticamente con il senatore Scarpinato. Come se fosse stato fatto tutto a doppia firma Natoli/Scarpinato».

Il fattore tempo

La Procura di Caltanissetta a 34 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio continua a indagare tra moventi, pista nera e massoneria. Argomenti caldi che riletti a distanza di anni sembrano ancora di attualità con una commistione continua tra imprenditori e politica. Oggi però non è il tempo del “tavolino”, cioè la spartizione degli appalti tra società riconducibili ai mafiosi e le mazzette erogate ai politici. C’è un nuovo scenario, sotto alcuni aspetti più subdolo che si infiltra nell’economia grazie a prestanome pronti a fare soldi e accontentare l’uno o l’altro boss di turno. Apparentemente società pulite, di fatto imprenditori a disposizione.

Il fattore tempo nelle indagini sulle stragi del ’92 è un elemento indispensabile e riuscire a ricostruire quanto non è stato fatto per “mafia e appalti” all’indomani dell’eccidio di Paolo Borsellino non è stato facile. Da qui il documento di richiesta di archiviazione – firmata dal procuratore Salvatore De Luca, dall’aggiunto Pasquale Pacifico e dai sostituti Nadia Caruso, Claudia Pasciuti e Davide Spina – viene definito l’enciclopedia giudiziaria che rimette in fila questi lunghi anni. Dal 1992 ai giorni nostri, con nuovi capitoli che potranno essere riscritti solo nel momento in cui chi sa inizierà a parlare. Ma tutto questo sembra essere difficile.