DOPO LA CATTURA
«L'ex poliziotto non è al sicuro in carcere»: l'appello ai ministri sull'agente condannato per concorso esterno alla mafia
Condannato a dieci anni per corruzione e concorso esterno con i clan, l'ex dirigente della penitenziaria di Bicocca sarebbe a rischio ritorsioni
Il 70enne Giuliano Gerardo Cardamone, ex dirigente della polizia penitenziaria del carcere di Catania Bicocca, condannato in via definitiva a 10 anni di reclusione per corruzione e concorso esterno all’associazione mafiosa, non è al sicuro nell’istituto penitenziario di Agrigento dove è detenuto per scontare la pena. Lo afferma il suo legale, l’avvocato Giuseppe Lipera, che ha chiesto il trasferimento del suo assistito nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere.
«Atteso il servizio ultra decennale prestato da Cardamone al dipartimento di polizia penitenziaria, in qualità di comandante del carcere di massima sicurezza di Catania Bicocca - scrive il penalista in un’istanza presentata ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantandosi e al Dap (Dipartimento di amministrazione penitenziaria) - si ritiene che egli abbia il diritto di essere immediatamente trasferito al carcere militare di Santa Maria Capua Vetere anche, e soprattutto, a tutela della di lui incolumità e sicurezza».
Cardamone è stato arrestato mentre dormiva sul divano letto di un appartamento occupato abusivamente all'ottavo piano di un palazzo popolare di viale Nitta, nel quartiere di Librino. Nel 2014 era finito al centro di un'inchiesta antimafia il cui processo si è concluso nel 2025. Secondo le indagini, esisteva un sistema di corruzione dei poliziotti penitenziari in cui gli agenti in cambio di 200-300 euro a pacco, permettevano ai detenuti, specie a quelli affiliati alle organizzazioni mafiose, di ricevere alimenti non consentiti, sostanze alcoliche, profumi, telefoni cellulari, supporti informatici e addirittura cocaina e marjuana. In alcuni casi sarebbero stati favoriti anche incontri fra boss mafiosi ristretti, ai quali sarebbero stati garantiti anche colloqui telefonici con i propri familiari oltre il numero massimo consentito; inoltre sarebbero stati veicolati messaggi degli stessi boss verso l’esterno.
In questo contesto, l’ex comandante non solo ha favorito alcuni detenuti legati al clan Laudani offrendo servizi e agevolazioni in cambio di denaro, ma è stato totalmente a servizio della famiglia mafiosa. Colpevole in via definitiva di aver collaborato con gli ambienti criminali catanesi mentre lavorava nel sistema penitenziario.
