il caso
Avvocati pagati solo se il migrante parte: la nuova frontiera dei rimpatri
Il decreto sicurezza introduce un compenso di 615 euro per i legali, ma è strettamente vincolato al biglietto aereo. I pesanti dubbi sulla misura del governo e le critiche del consiglio nazionale forense
L’avvocato sarà retribuito solo se il migrante partirà davvero. È la novità, apparentemente tecnica ma dalle ricadute etiche e politiche rilevanti, introdotta in Senato durante l’esame del nuovo decreto sicurezza.
Il Parlamento ridisegna insomma un passaggio cruciale della gestione dei flussi, istituzionalizzando il ruolo del legale nei programmi di rimpatrio volontario assistito. La disposizione prevede una condizione che divide: il compenso del professionista matura esclusivamente “ad esito della partenza dello straniero”. Non un onorario per l’attività di consulenza o per l’istruttoria della pratica, dunque, ma una remunerazione subordinata al risultato finale: l’uscita effettiva del cittadino straniero dal territorio nazionale. L’importo spettante all’avvocato è parametrato alla misura del “contributo economico per le prime esigenze” riconosciuto al migrante, quantificato nei materiali istituzionali in 615 euro per ciascuna procedura conclusa con esito positivo.
Inedita anche la cabina di regia: il Viminale opererà in collaborazione diretta con il Consiglio nazionale forense (Cnf), massimo organo di rappresentanza dell’avvocatura. I fondi saranno stanziati dallo Stato, ma a erogarli materialmente ai singoli professionisti sarà il Cnf. Le coperture sono definite: 246.000 euro per il 2026 e 492.000 euro per ciascuno degli anni 2027 e 2028.
Numeri che riflettono una stima operativa: circa 400 pratiche finanziabili nel 2026 e 800 all’anno nel biennio successivo.
Il rimpatrio volontario assistito non è una novità dell’ultima ora. Introdotto nell’ordinamento nel 2011 e sostenuto con risorse nazionali ed europee (Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione – AMIF), assicura a chi decide di rientrare nel Paese d’origine supporto logistico, copertura del viaggio e un aiuto al reinserimento. I dati mostrano la volontà dell’esecutivo di potenziarlo: nel 2025, a fronte di 6.097 rimpatri forzati, i ritorni volontari sono stati 675.
La novità sta nel coinvolgimento dell’avvocatura istituzionale in un ambito finora presidiato soprattutto da Ong, operatori sociali e organizzazioni specializzate. Resta aperto, però, il nodo deontologico. Ancorare la parcella all’esito del viaggio introduce un evidente meccanismo incentivante. Da qui l’interrogativo: come conciliarlo con il principio secondo cui il legale deve agire nell’esclusivo interesse dell’assistito, quando il guadagno professionale dipende unicamente dal fatto che il cliente lasci l’Italia?
Il testo, atteso all’approvazione definitiva alla Camera entro il 25 aprile 2026, al momento non contempla ulteriori clausole di garanzia, oltre alla volontarietà del programma.