Le carte
La “legge” di Brancaccio raccontata dai pentiti: «Ecco ora chi comanda»
Verbali. Due nuovi collaboratori di giustizia stanno raccontando dinamiche e affari illeciti del mandamento smantellato dal blitz
I boss di Brancaccio non dormono sonni tranquilli. Da qualche ora hanno scoperto che ci sono altri due nuovi collaboratori di giustizia che stanno raccontando ai pm della Dda di Palermo, guidata dal procuratore Maurizio de Lucia, assetti e affari illeciti del mandamento che è stato smantellato dal blitz scattato lunedì all’alba.
E così oltre alle intercettazioni, le foto dei pedinamenti e i video delle telecamere gli investigatori hanno avuto importanti input da chi ha deciso di voltare le spalle alla mafia una volta per tutte. I due nuovi pentiti sono Vincenzo Petrocciani, ex uomo inserito nelle dinamiche di Brancaccio, e Francesco Centineo, già organico della famiglia mafiosa di Bagheria. Quest’ultimo addirittura ha bussato alla porta dei carabinieri mentre era a piede libero. L’ex mafioso ha denunciato chi voleva piegarlo al racket delle estorsioni. Era lo scorso novembre quando ha cominciato a riempire verbali facendo nomi e cognomi. In particolare emerge la figura di Nino Sacco. Il boss è tornato libero da appena due anni. «Antonio Sacco, da quando è stato scarcerato, ha ripreso in mano tutte le attività. È a capo della famiglia di Corso dei Mille, comprendente anche il territorio di via Messina Marine e voleva riprendere potere anche su Brancaccio dove però c’è Giuseppe Caserta “il testone”», ha riferito ai pm. I due rivali avrebbero trovato un accordo: allo Sperone Sacco avrebbe usato «suo nipote Carmelino come rappresentante». Centineo avrebbe contezza anche degli affari imprenditoriali di Sacco. «Gestisce il parcheggio di Corso dei Mille, di fronte alla Roccella, dove sta suo fratello Gianfranco e anche quello che c’è di fronte a casa sua; un altro suo esercizio commerciale è il panificio in via Guarnaschelli di fronte al Bar Ribaudo, credo intestato a sua figlia; suo genero versa una quota mensile, credo 300 o 400 euro, dei ricavi della sua polleria». Ma il boss non disdegnava i business illeciti tipici di Cosa Nostra. E cioè estorsioni e traffico di droga.
Petrocciani ha cominciato a vuotare il sacco lo scorso settembre. Arrestato nell’ambito dell’inchiesta «Tentacoli» ha deciso di entrare nel programma di protezione. Il collaboratore ha fornito un preciso organigramma sulla gestione del mandamento di Brancaccio. La sua fonte sarebbe Pietro Paolo Garofalo, con cui ha condiviso un’attività di spaccio di droga a cui avrebbe partecipato anche un uomo del calibro criminale di Antonio Lo Nigro.
Petrocciani non avrebbe avuto dubbi sul ruolo di «capo» nel mandamento rivestito da Nino Sacco, ma Garofalo gli avrebbe raccontato che il referente sarebbe stato invece Antonino Giuliano, genero del boss Sacco. A queste dichiarazioni i pm palermitani hanno dato una precisa spiegazione. «È agevole ritenere che Garofalo avesse avuto rapporti con Giuliano in quanto lo stesso tiene la cassa del mandamento, mentre Sacco si è mantenuto più defilato in forza della notorietà del suo ruolo, pur agendo da vero regista dietro le quinte». Una strategia che però non è servita. Infatti 24 mesi dopo il mafioso di Corso dei Mille è tornato dietro le sbarre.