Cronaca
Cocaina, il sistema che non si nasconde più: il giornalista vittoriese d'inchiesta Bascietto spiega cosa è cambiato nel Sud est
I mille volti del narcotraffico e di un'azione criminale che si adegua alle necessità dell'esistente
La cocaina non si nasconde più. Non perché sia diventata invisibile, ma perché il sistema che la muove ha smesso di trattarla come un’eccezione. È questo il cuore della riflessione che il giornalista d’inchiesta Peppe Bascietto ha affidato a un post social che sta facendo discutere l’intero Sud Est siciliano.
Secondo Bascietto, oggi la cocaina «attraversa oggetti di uso quotidiano — peperoni, arance, estintori, ambulanze — e percorre territori che nessuno considera davvero a rischio». Non forza i controlli: li attraversa. È qui, scrive, che il sistema smette di nascondersi. Ed è qui che diventa pericoloso.
Il punto non è più individuare un capo, una gerarchia, un vertice. «La domanda non è chi comanda. La domanda è: cosa fanno», afferma Bascietto. Perché i nomi che emergono dalle indagini — spesso soprannomi che sembrano appartenere a un mondo marginale, quasi folcloristico — diventano altro quando vengono osservati dentro il contesto giusto: funzioni, ingranaggi, dispositivi.
Il giornalista ricostruisce una geografia che unisce Ecuador, Colombia, Bolivia, le reti della mafia albanese, le ’ndrine calabresi e il Sud Est siciliano. Un asse che tocca Vittoria, Santa Maria del Focallo, le campagne, i locali estivi, il retro del mercato ortofrutticolo. «Un sistema che regge su una regola semplice: distribuire i ruoli senza renderli mai completamente visibili», spiega.
Per comprendere questa struttura, Bascietto invita a tornare indietro. Non a un capannone o a un’impresa, ma a un bar: il vecchio Bar Bologna, all’angolo tra via Bologna e via Tenente Alessandrello, a Vittoria. Oggi al suo posto c’è una tabaccheria, ma per il giornalista quel luogo rappresenta una continuità più che una rottura. «Non era solo un punto di ritrovo. Era una palestra di potere. Un luogo in cui si costruivano relazioni, si stabilivano gerarchie implicite, si imparava il valore del silenzio.
Da lì parte un percorso che ha attraversato decenni, condanne, detenzioni. «Il carcere non cancella. Riorganizza e costringe a cambiare forma», osserva Bascietto. È in questo passaggio che il sistema si trasforma: dallo spaccio visibile a una struttura che si integra nell’economia ordinaria, spostando il baricentro sulla logistica e su settori apparentemente neutri.
In questo schema, figure come u puorcu e i matriali non sono capi nel senso tradizionale. «Sono funzioni», scrive il giornalista. «Stanno al centro senza stare davanti. Tengono insieme i flussi senza farsi vedere. La loro forza non è il controllo visibile, ma la capacità di rendersi compatibili con il territorio, fino a diventare indistinguibili.»
Attorno a loro, continua Bascietto, opera un corpo diffuso che trasforma ogni intuizione in movimento, ogni possibilità in operazione, ogni spazio in una zona di assorbimento. «La merce non entra come elemento estraneo, ma si deposita come una cosa normale.»
Il quadro che emerge è quello di un sistema che non vive più di clandestinità, ma di compatibilità. Un sistema che non si impone, ma si adatta. E proprio per questo, conclude Bascietto, «è più difficile da vedere, più difficile da raccontare e infinitamente più difficile da contrastare».