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Blitz antimafia "Mondo Opposto 2" tra Niscemi e Catania: le mani di cosa nostra sul racket degli oli esausti
Smantellato il sistema dei boss Musto, anche il fratello Danilo e il padre stavolta finiscono in carcere
Trentadue persone in carcere, ai domiciliari e altre 18 persone indagate a piede libero. Sono questi i numeri del blitz antimafia "Mondo opposto 2" condotto dai carabinieri del comando provinciale di Caltanissetta coordinati dalla procura distrettuale antimafia di Caltanissetta. Le accuse a vario titolo sono di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione aggravata, illecita concorrenza con violenza e minaccia, favoreggiamento personale aggravato, traffico illecito di rifiuti, gestione non autorizzata di rifiuti, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e detenzione ai fini di spaccio.
L'inchiesta, condotta dal Reparto territoriale di Gela sotto il coordinamento della Procura di Caltanissetta – DDA, costituisce un ulteriore sviluppo dell'operazione "Mondo Opposto", che nel dicembre 2023 aveva portato, tra gli altri, all'arresto di Alberto Musto, ritenuto il boss della famiglia mafiosa di Niscemi e vertice del mandamento, per una serie di reati, in primis per avere assunto funzioni direttive in "Cosa nostra" e per il presunto controllo del territorio attraverso la tipica intimidazione mafiosa.
Nel corso delle attività sono emersi fatti ulteriori, confluiti nel nuovo provvedimento, che delineano sia profili di penetrazione mafioso-imprenditoriale sia condotte legate agli stupefacenti, riconducibili — secondo l'impostazione accusatoria — all'egida dei fratelli Alberto e Sergio Musto. Sul fronte dell'infiltrazione economica a Niscemi, il settore d'elezione sarebbe stato quello dello smaltimento degli oli vegetali esausti (rifiuti speciali liquidi non pericolosi). Gli affiliati, ricostruiscono gli inquirenti, si sarebbero inseriti tramite intermediazioni fittizie e collaborazioni esecutive "in nero", arrivando a controllare l'intero comparto locale. Intercettazioni e sommarie informazioni rese da numerosi esercenti niscemesi hanno fornito gravi indizi sulle modalità operative con cui i Musto avrebbero tentato di monopolizzare la raccolta degli oli esausti, attraverso patti illeciti con aziende specializzate. In assenza di autorizzazioni e in violazione della normativa ambientale, il gruppo — sempre secondo l'accusa — avrebbe dapprima fatto leva su una società di Favara (provincia di Agrigento) e, in seguito, su un'impresa di Catania, interfacciandosi con amministratori e dipendenti per alimentare il business.
L'interesse di Alberto Musto per il racket dell'olio esausto e, più in generale, per il comparto rifiuti, sarebbe maturato durante la detenzione nel carcere di Voghera, dove un codetenuto gli avrebbe rappresentato i cospicui profitti conseguibili. La strategia delineata dagli investigatori prevedeva una "doppia illegalità": da un lato l'intimidazione mafiosa per imporre agli operatori economici di conferire l'olio all'impresa indicata; dall'altro la partecipazione "in nero" alla raccolta materiale del rifiuto. In questo schema, l'organizzazione avrebbe incamerato proventi e rafforzato il proprio prestigio criminale, affermando il controllo del territorio; l'azienda formalmente incaricata della raccolta, invece, avrebbe ottenuto un vantaggio competitivo, di fatto neutralizzando la concorrenza. Ai commercianti, denunciano gli investigatori, veniva imposta con violenza e minacce la sottoscrizione di contratti con le ditte colluse, garantendo a queste ultime una posizione dominante in cambio di provvigioni fisse: 40 euro per ogni contratto attivato e 600 euro ogni 1.000 litri di olio prelevato.
La condotta dei rappresentanti delle imprese coinvolte è stata inquadrata, nell'ipotesi accusatoria, come concorso esterno in associazione mafiosa, configurando un sinallagma criminoso: le aziende avrebbero beneficiato dell'imposizione sul mercato niscemese, mentre l'organizzazione avrebbe ottenuto risorse e utilità, anche tramite percentuali sui profitti del concorrente esterno. La semplice notorietà della caratura mafiosa dei Musto, evidenziano gli inquirenti, bastava a comprimere la libertà decisionale degli imprenditori. Due dipendenti di una delle società, infine, sono indagati per favoreggiamento personale: durante controlli dei Carabinieri avrebbero reso dichiarazioni mendaci per impedire l'identificazione degli affiliati, sostenendo falsamente di non averli mai visti o di non poterli riconoscere per presunti travisamenti. Il narcotraffico rappresentava, parallelamente, un'ulteriore e rilevante fonte di introiti per la famiglia Musto. La gestione, secondo la DDA, avveniva su due livelli: da un lato, con la concessione di vere e proprie "autorizzazioni" allo spaccio a Niscemi, in cambio di contributi periodici o della "messa a disposizione" alla consorteria, con l'obbligo per i refrattari di "fermarsi"; dall'altro, attraverso l'organizzazione di un gruppo dedito in prevalenza al traffico di cocaina, diretto e promosso da Alberto Musto insieme al fratello Sergio. Il profilo dei vertici emerge anche dalle captazioni. In una conversazione, il fratello del presunto boss riferisce come un conoscente ne avesse esaltato l'adesione ai "principi" dell'organizzazione: "minchia tuo fratello, … tuo fratello è malato di malavita", frase accolta con evidente compiacimento. In un'altra intercettazione, il capo imponeva a uno spacciatore la propria supremazia sul territorio: "perché questo non è lavoro, se è lavoro, io non mi permetto di fare, di domandarvi nulla, ma siccome non è lavoro, questa è malavita e la malavita a Niscemi la gestisco… solo io…". Il controllo capillare si reggeva su un solido asse logistico-operativo tra Niscemi e il Catanese, da cui arrivavano consistenti forniture di cocaina e marijuana. Le sostanze venivano stoccate in basi locali, confezionate e occultate in aree pubbliche limitrofe, sotto vigilanza costante degli affiliati. La forza coercitiva del gruppo sarebbe stata rimarcata anche con azioni punitive plateali per il recupero dei crediti di droga: in un episodio, un debitore è stato costretto, pubblicamente dentro un bar, a cedere il proprio telefono cellulare per saldare una fornitura non pagata. Le indagini hanno consentito di: - documentare oltre 200 episodi di cessione di stupefacenti; - accertare, in pochi mesi, il transito di circa 1,5 kg di cocaina e 3 kg di marijuana; - ricostruire flussi finanziari verso fornitori catanesi per circa 35.000 euro. Tutte le condotte descritte restano al vaglio dell'autorità giudiziaria e dovranno essere accertate nelle sedi processuali competenti.