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23 aprile 2026 - Aggiornato alle 10:00
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L'operazione

Il blitz di Brancaccio a Palermo, a spasso col boss: «Deve uscire i soldi...»

Scarcerato dopo 13 anni e mezzo, Antonino "Nino" Sacco riemerge come giudice e regista delle spartizioni mafiose: intercettazioni rivelano intimidazioni, affari e l'allargamento del suo controllo da Roccella a Corso dei Mille

23 Aprile 2026, 07:02

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Il blitz di Brancaccio a Palermo, a spasso col boss: «Deve uscire i soldi...»

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A spasso con il boss scarcerato che nel giro di poco tempo aveva ripreso il controllo della situazione. Nino Sacco si faceva vedere in giro e da lui andavano tutti quelli che cercavano consigli, una sponda, un modo per risolvere delle situazioni. Scarcerato a maggio 2024 dopo 13 anni e mezzo di reclusione, Antonino “Nino” Sacco, coinvolto nel blitz di lunedì con 32 arresti a Brancaccio, sarebbe tornato immediatamente operativo, assumendo in breve le redini della famiglia mafiosa e ampliando la propria influenza oltre Roccella fino a Corso dei Mille, con la sua area di controllo si estendeva su un’ampia porzione di territorio, confinante con quella di Brancaccio: linea di demarcazione il ponte di via Giafar. Dal lato verso il mare decideva Sacco, a Brancaccio il comando era nelle mani di Matteo Scrima, tornato in libertà nel giugno 2018 dopo una condanna a 8 anni, affiancato dal suo braccio destro, Giuseppe Caserta. Sacco e Scrima avevano preso parte anche alla riunione di Villa Pensabene del 7 febbraio 2011, tra i più rilevanti summit di mafia degli ultimi anni, alla presenza dei vertici dei mandamenti.

Per capire il potere di Sacco, basta leggere tra le oltre 700 pagine di intercettazioni, dove si descrivono tanti summit con lui protagonista indiscusso. Come in una discussione dove Sacco parlava con un altro dei coinvolti per risolvere il problema di un certo Gianni. Nel colloquio intercettato, l'uomo riferiva a Sacco le lamentele di Gianni (“gli ho fatto le cose e non mi pagano”) e bollava come “truffaldino” il comportamento di Salvo. Pur irritato per essere stato coinvolto in una vicenda ritenuta marginale, Sacco impartiva comunque la sua decisione, delegando a all'uomo il compito di comunicarla: una “sentenza” netta – “gli dici… che deve uscire i soldi”. Emergerebbe così la veste di giudice mafioso assunta da Sacco, che, senza ascoltare direttamente le parti, stabiliva chi dovesse pagare e a quali condizioni, confermando la propria posizione di vertice e l’autorità riconosciutagli anche in controversie solo formalmente private. Sacco e l’uomo richiamavano un ulteriore episodio, incentrato su un soggetto indicato come “Gaetano”, convocato su disposizione di Sacco per “tirargli le orecchie”: un’espressione che, nel lessico mafioso, indica un intervento intimidatorio e correttivo verso chi abbia tenuto condotte ritenute scorrette rispetto alle regole del gruppo. In quel contesto si affrontava anche il tema di un parcheggio in via Armando Diaz, zona Torrelunga. Sacco delineava un vero e proprio piano di spartizione dei proventi: un “pezzo di trentamila euro” che “ce li teniamo noi”, riconoscendo soltanto “qualche diecimila euro” al soggetto formalmente interessato e dividendo il residuo – circa ventimila euro – tra i partecipanti, “compreso il direttore”. Dopo qualche resistenza iniziale, Sacco dichiarava di “prendersi la responsabilità” dell’operazione a condizione che gli venissero “portati i soldi.