mafia
Il duplice omicidio di Francesco Vecchio e Alessandro Rovetta: Aldo Ercolano sarà processato
A oltre 35 anni dal delitto arriva la svolta. Il boss rinviato a giudizio come mandante dell'esecuzione per chi osò dire "no" a Cosa Nostra
Aldo Ercolano è stato rinviato a giudizio per il duplice omicidio di Francesco Vecchio e Alessandro Rovetta avvenuto il 31 ottobre 1990 alla zona industriale di Catania.
La decisione è appena arrivata: la giudice per le udienze preliminari Carla Aurora Valenti ha accolto la richiesta del procuratore generale Carmelo Zuccaro e dei sostituti Pg Nicolò Marino e Giovannella Scaminaci.
Il nipote del defunto Nitto Santapaola e killer del giornalista Pippo Fava è ritenuto il mandante del delitto: i due uomini sarebbero stati uccisi per il rifiuto di cedere alle richieste di pizzo da parte di Cosa Nostra.
Sono stati rinviati a giudizio anche gli altri quattro imputati accusati di estorsione aggravata dall’avere favorito Cosa nostra, reato contestato anche ad Ercolano. Sono l'anziano Vincenzo Vinciullo, Antonio Alfio Motta, Francesco Tusa e Leonardo Greco.
Le indagini che hanno portato a questo risultato processuale dopo oltre 35 anni sono state avocate dalla procura generale e condotte dalla Dia e dal Nucleo Pg interforze.
L'inchiesta in questi decenni infatti è stata oggetto di diverse istanze di archiviazione a cui i figli di Francesco Vecchio, con gli avvocati Enzo Mellia e Giuseppe Lo Faro, e la figlia di Rovetta si sono sempre opposti.
Si terrà il 7 luglio davanti alla quarta sezione penale della Corte d’assise di Catania la prima udienza del processo. Ercolano è ritenuto «l'ideatore e l'organizzatore», in concorso con ignoti, dell’agguato. Al boss di Cosa Nostra - l'unico della famiglia di sangue a non essere al 41bis - si contesta di avere agito «con premeditazione» e anche «le aggravanti dei motivi abbietti e futili, per garantire il predomino nel territorio catanese e i vantaggi economici alla famiglia catanese di Cosa Nostra, ma anche di assicurarsi il profitto dell’estorsione alle Acciaiere Megara che poi è partita (e pagata come ammesso dai vertici di Alfa Acciai di Brescia, ndr) da gennaio 1991». Aldo Ercolano, con il padre defunto Pippò, avrebbe avuto il ruolo di mandante della tangente mafiosa, Greco, invece, di organizzatore, Tusa e Motta di esattori e Vinciullo (il cui nome è anche nei pizzini trovati nel covo di Bernardo Provenzano) di negoziatore. L’estorsione sarebbe stata commessa in concorso con esponenti di spicco di Cosa nostra, che sono tutti morti: Provenzano, Pippo Ercolano, Nicolò Greco, Lucio Tusa e Luigi Ilardo. Quest'ultimo è l'infiltrato della mafia, fonte Oriente, per conto del Ros che è stato ucciso nel 1996 poco prima di entrare nel programma di collaborazione con la giustizia.
I vertici di Alfa Acciai di Brescia, che sono indicati come parti offese nell’inchiesta, sarebbero stati costretti a versare dal 1991 in più tranche la somma di un miliardo delle vecchie lire a Cosa nostra di Catania, Caltanissetta e Palermo.