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24 aprile 2026 - Aggiornato alle 17:22
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La svolta

«Aldo Ercolano ordinò gli omicidi di Vecchio e Rovetta dopo la caduta dello scudo del Cavaliere Costanzo»

Le parole del procuratore generale Carmelo Zuccaro sulle indagini che a 36 anni dal delitto hanno portato al rinvio a giudizio del capomafia di Cosa Nostra

24 Aprile 2026, 13:01

15:03

«Aldo Ercolano ordinò gli omicidi di Vecchio e Rovetta dopo la caduta dello scudo del Cavaliere Costanzo»

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«Un atto di giustizia doveroso, una testimonianza per chi ha saputo opporsi alla prevaricazione mafiosa a prezzo della vita». Così il procuratore generale di Catania, Carmelo Zuccaro, commenta il rinvio a giudizio di Aldo Ercolano per il duplice omicidio degli imprenditori Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio, avvenuto nel 1990 all'interno delle Acciaierie Megara. Come già anticipato ieri da La Sicilia ci sono anche quattro imputati per estorsione aggravata. Il movente del delitto infatti si muove proprio nel rifiuto dei due manager di pagare il pizzo imposto da Cosa Nostra. Il Pg Zuccaro ripercorre i passaggi di un’inchiesta che più volte ha rischiato di essere messa in un cassetto: solo la lotta dei familiari ha bloccato il pericolo. Ma il cambio di passo è arrivato quando la gip Marina Rizza dopo l'ennesima richiesta di archiviazione formulata dalla procura distrettuale il 17 giugno 2024 «con notevole sagacia investigativa propone alcuni temi di indagine che meritavano adeguato sviluppo», aggiunge Zuccaro, svelando i retroscena di un sistema estorsivo che per trent'anni ha tenuto sotto scacco l'imprenditoria etnea. Dopo le indagini i pm insistevano per archiviare, allora la procura generale ha avocato le indagini affidando il coordinamento ai sostituti Pg Nicolò Marino e Giovannella Scaminaci - forti dell'esperienza in Dda - e la conduzione agli uomini della DIA e al nucleo interforze.

«La svolta è giunta dall’ammissione degli imprenditori bresciani Ettore Lonati e Amato Stabiuni», spiega il Pg. I due soci di maggioranza della Megara hanno finalmente ammesso il versamento di «somme rilevanti a titolo di estorsione», pagate in diverse soluzioni nel corso degli anni proprio a seguito del duplice omicidio. Un fatto, ammette amaramente Zuccaro, per moltissimo tempo «pervicacemente negato» dai titolari dell'azienda, nonostante i numerosi elementi probatori che già suggerivano il contrario. «Tali indicazioni hanno finalmente consentito di ritenere accertato il movente, prima solo ipotizzabile».

Dall'inchiesta è emerso anche l'ambiguo ruolo ricoperto dal defunto Cavaliere del Lavoro Carmelo Costanzo. Secondo il Procuratore Generale, i noti legami di Costanzo con i Santapaola-Ercolano gli avrebbero permesso di fare da "scudo" per le Acciaierie Megara. «Costanzo si era interposto tra l'amministrazione della Megara e la mafia, bloccando le richieste di pizzo», chiarisce Zuccaro. Non un gesto di favore o generosità, anzi. L'imprenditore agiva «motivato - dice il Pg - da cospicui profitti economici», ottenendo tondini in ferro a prezzi di favore per le sue attività. Con la morte di Costanzo nell'aprile del 1990, quel filtro è venuto meno. Da lì l'azione di violenza di Aldo Ercolano.

Zuccaro descrive il boss (nipote di Nitto Santapaola e killer del giornalista Pippo Fava) «particolarmente propenso ad avvalersi della propria caratura criminale per farsi strada nel mondo dell’imprenditoria, dove reinvestiva i proventi illeciti».

Il procuratore generale evidenzia come il lavoro della squadra investigativa (DIA e Nucleo interforze) sia stato «encomiabile» nel riorganizzare un coacervo confuso di dati accumulati in 35 anni. «Abbiamo eliminato le apparenti contraddizioni tra i collaboratori di giustizia Maurizio Avola e Giuseppe Ferone, riconducendo la deliberazione e l’organizzazione dell’omicidio direttamente a Ercolano». Per Carmelo Zuccaro, questo processo ha un grande valore storico e simbolico. «Rappresenta un fatto ancora oggi assai emblematico della prepotenza con cui i sodalizi mafiosi tentano di infiltrarsi nel mondo imprenditoriale etneo», ha concluso il Pg. Il rinvio a giudizio di Ercolano e dei suoi presunti complici — Enzo Vinciullo, Antonio Motta, Francesco Tusa e Leonardo Greco — è, nelle parole di Zuccaro, «solo il primo tassello nell’accertamento di una verità che Catania aspettava dal 1990».