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25 aprile 2026 - Aggiornato alle 07:50
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La storia

Minatore, partigiano, patriota: nome di battaglia “Nicosia”. Il figlio: «La Resistenza è nel suo Dna»

Il 25 Aprile letto nei suoi occhi. Vive a Serradifalco, fece parte della mitica Brigata Belbo.

25 Aprile 2026, 07:00

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Minatore, partigiano, patriota: nome di battaglia “Nicosia”. Il figlio: «La Resistenza è nel suo Dna»

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A 102 anni (103 li compirà il prossimo mese di ottobre), Giuseppe Nicosia continua ad essere un simbolo di Resistenza. Nonostante il peso degli anni, nonostante non abbia più la forma dei giorni migliori, resiste. Perché per lui, classe 1923, quello della Resistenza non è stato solo un ideale che ha portato avanti quando, giovanissimo, nel settembre del 1943 si tolse di dosso la divisa del Regio Esercito (il 43° Fanteria) per indossare gli abiti coraggiosi del partigiano, ma qualcosa che s'è sempre portato dentro. A confermarlo il figlio Nuccio: «Mio padre è sempre stato così; la resistenza ce l’ha nel sangue, il suo è un Dna di resistente; è sempre stato abituato a lottare, a non mollare, perfino quando nella sua vita, in alcune occasioni, è stato vicino alla morte, ha sempre lottato. Come quando ebbe un incidente in miniera dove lavorava: sembrava messo veramente molto male, eppure ha lottato, ha resistito ed è riuscito a riprendersi. Sì, penso che lui sia nato con questo spirito che lo contraddistingue».

Giuseppe Nicosia, nome di battaglia “Nicosia”, è uno dei tanti partigiani siciliani che figura nel libro “Meridionali e Resistenza, il Contributo del Sud per la Liberazione del Piemonte”, una pubblicazione della Regione Piemonte risalente al 2013 nella quale, oltre alle dinamiche storiche che portarono alla liberazione del Piemonte dal nazifascismo, furono anche riportati i nomi di tutti i partigiani meridionali che contribuirono alla liberazione del Piemonte dal giogo nazi fascista.

Originario di Raffadali, poi trasferitosi a Serradifalco dove ha vissuto per tantissimi anni, oltre ad essere uno degli ultimi partigiani ancora in vita. Storicamente, come riporta la qualifica di “Patriota” che gli è stata attribuita nel secondo dopoguerra dalla Commissione regionale piemontese per l'accertamento delle qualifiche partigiane, Giuseppe Nicosia ha operato con la seconda divisione della Brigata Belbo, dal 20 febbraio all’8 giugno del 1945.

In questo frangente il giovane contadino siciliano lottò con coraggio e ardimento contro il nazifascismo mettendo più volte la sua vita in pericolo per la causa partigiana. Dopo essere riuscito, nei primi giorni di settembre del 1943, a scappare in maniera alquanto rocambolesca dalla finestra della caserma nella quale stava per essere arrestato dai tedeschi per essere poi deportato in Germania come IMI (Internato Militare Italiano), riuscì ad essere accolto da alcune famiglie del luogo per poi entrare a far parte della leggendaria Brigata Belbo, la stessa che, nell’ottobre del 1944, entrò ad Alba dove diede vita alla Libera Repubblica Partigiana di Alba. Un’esperienza tanto avventurosa quanto esaltante, un’autentica epopea partigiana che si sarebbe conclusa qualche mese dopo, con la dolorosa ritirata da Alba sotto la pressione dei repubblichini, ma che poi avrebbe culminato, nel 1945, nella liberazione definitiva di Alba. Una cittadina alla quale Giuseppe Nicosia è sempre stato parecchio legato. Le Langhe lui le conosceva come le sue tasche, e d’altro canto, facendo il partigiano, se non conoscevi i luoghi, rischiavi di non rivedere il sole il giorno dopo.

Vide compagni di resistenza morire o restare gravemente feriti, toccò con mano l’orrore della guerra, fece anche parte di un plotone d’esecuzione, rischiò più volte la vita, ma non lo fece certo per gioco. In quel momento c’era poco da scherzare: in ballo c’era la democrazia, la futura libertà dell’Italia, la lotta per sconfiggere un nemico che aveva portato il paese Italia ai minimi termini. Lui, giovane fante, di umile famiglia, 20 anni da poco compiuti, abbracciò quella causa al pari di tanti giovani della sua età e della sua generazione, esattamente come, dalla parte contrapposta, furono altrettanti i giovani della stessa età che abbracciarono l’esperienza e i valori della Repubblica sociale di Salò. Lo fece con la consapevolezza di potere e dovere dare il suo contributo per la costruzione di un Paese migliore. Nicosia fu contadino, ma anche minatore e, nel dopoguerra, mise la sua anima di resistente anche quando le armi lasciarono il posto agli scioperi e alle proteste per ottenere migliori condizioni di vita ed un salario più equo.

Giuseppe Nicosia, giovanissimo, venne a lavorare in miniera a Serradifalco e qui formò la sua famiglia con la signora Angela Butticè (morta 23 anni fa) dalla cui unione nacquero i figli Lisa (sposata con Carmelo Chiarelli) e Nuccio (sposato con Ignazia Chiolo).

Da partigiano, furono tante le missioni rischiose alle quali “Nicosia” prese parte. Di quei giorni, tanto eroici quanto carichi di lutti e dolore, nel tempo ha parlato sempre poco. Peraltro, le sue condizioni attuali non sono tali da consentirgli lunghe chiacchierate come era solito fare un tempo. Quando gli si chiede qualcosa di quei giorni di Resistente, i suoi occhi brillano; s’illumina quando gli si chiede del 25 aprile, della Liberazione, della fine dell’oppressione nazifascista in Italia. In Piemonte, nelle Langhe, Nicosia visse i suoi giorni più fulgidi di resistente. In quella terra di colline e di aspri sentieri, ebbe modo di coltivare molte amicizie; lui, d’altro canto, riusciva a creare rapporti stabili con quanti veniva a contatto.

Come sempre accade in questi casi, la vicenda partigiana di Giuseppe Nicosia, finita la guerra, precipitò nell’oblio assoluto. In famiglia, ovviamente sapevano che lui era stato in Piemonte, ma non sapevano che la commissione regionale del Ministero della Difesa per le qualifiche partigiane gli aveva attribuito una delle più importanti certificazioni: quella di Patriota. Solo poco più di due anni fa, alla vigilia del suo centesimo compleanno, fu scoperto il tutto e ne fu donata copia alla famiglia tramite il circolo Anpi “Leonardo Speziale” di Serradifalco e Montedoro, di cui è presidente Totò Augello. E proprio qualche giorno fa, lo stesso Totò Augello, e il presidente del Consiglio comunale Daniele Territo, hanno consegnato a Giuseppe Nicosia la tessera d'onore dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia). Lo hanno fatto a Caltanissetta, dove ora vive, e dove sono stati accolti dai figli dell’ex partigiano, Nuccio e Lisa, dalla nuora Ignazia, dal genero Carmelo Chiarelli, e dal nipote Giuseppe. La tessera ad honorem gli è stata consegnata da Totò Augello con il quale ebbe modo di condividere tante battaglie per minatori e operai: «Giuseppe costituisce ormai non solo l’emblema e l’orgoglio del nostro Circolo Anpi, un patrimonio che non è solo di memoria, ma anche di valori sui quali poggia la nostra Costituzione, la Democrazia e la libertà».