LA STORIA
«Ho trovato un fratello sconosciuto “venduto” come orfano in America»
Da Catania. La scoperta di un emozionante percorso di vita riemerso dopo quasi settant’anni
Una notifica sul telefono, una mattina d’agosto del 2018, poco prima dell’alba. Il caffè che sale nella moka, il silenzio di casa, un gesto quotidiano. Poi quel messaggio dal sito My Heritage: «I tuoi risultati del Dna sono pronti».
Angelo Iuppa apre quasi distrattamente. Si era iscritto a quel social per curiosità, per scoprire l’origine del suo cognome e cercare i suoi antenati. Poi aveva inviato anche il suo Dna quasi per gioco «c’era un offerta...». Si aspettava una conferma alle sue ipotesi, come quella di avere origini normanne, per via degli occhi azzurri e i capelli biondi. Invece parte una musica, un sirtaki, e compaiono percentuali inattese: Grecia, Italia meridionale, Nord Africa. «Già lì ho capito che non ero quello che avevo sempre pensato», racconta, seduto a un tavolo della sua cantina a Milo, sul versante est dell’Etna. Ma la vera svolta si concretizza in una parola che cambia tutto: “fratellastro”, abbinata alla fotografia di un uomo. «Una foto un po’ triste - ricorda Iuppa - uno sguardo che mi ha colpito subito». Il nome dello “sconosciuto” è Carlo Arco, residente negli Stati Uniti, età stimata 60-70 anni, parentela “fratellastro”, un dato genetico inequivocabile. «All’inizio non ho capito. Ho riletto due, tre volte. Ma che significa? Sono salito in camera da letto da mia moglie che dormiva e l’ho svegliata dicendole “Adriana, ho un fratello!”. “Nei hai quattro di fratelli”, mi rispose e si girò dall’altra parte. Allora ho iniziato a chiamare i miei fratelli alle 6 del mattino. “Che è successo?”, “Abbiamo un fratello! Un altro.”, “Cosa?”. Le reazioni sono state diverse, c’era chi mi dava del pazzo “Ma come ti viene in mente?”, chi era incuriosita”.
In pochi secondi, davanti a quel volto sconosciuto, la vita prende una direzione imprevista. Angelo Iuppa 67 anni, ingegnere e imprenditore, dall’edilizia al vino, è abituato a costruire e gestire aziende. Ma da quel momento entra in un territorio nuovo: quello delle origini. «Ho escluso subito mia madre, sarebbe stata troppo giovane, allora doveva essere mio padre. Lui poteva aver avuto un altro figlio subito dopo la guerra, quando ancora non conosceva mia madre».
Così, scrive una mail, diretta, senza filtri. «Mi chiamo Angelo, il test dice che siamo fratelli, non capisco come sia possibile. Puoi aiutarmi?». La risposta arriva e gli mette davanti una realtà sconosciuta e per certi versi sconvolgente: Carlo è nato a Torino il 19 aprile 1952, di cognome fa Lavi, è stato abbandonato in un orfanotrofio e poi adottato negli Stati Uniti da piccolo. «Quando ho letto quella mail ho capito che non sarei più tornato indietro», ricorda Iuppa davanti a un bicchiere di vino che porta il nome del fratello: “Lavi”.
Il primo contatto avviene in videochiamata. «Prima è comparsa sua moglie, Debra. Poi a un certo punto è arrivato Carlo. Non riusciva a parlare. Diceva solo: “I love you, I love you”, e mandava baci con la mano. Dall’altra parte, io le mie sorelle piangevamo”.
Da quella scoperta, però, oltre all’emozione prende forma un’indagine. Personale, meticolosa, quasi ossessiva. «Non mi bastava sapere che fosse mio fratello, volevo sapere tutto». Iuppa si trasforma così in una sorta di investigatore: consulta i database anagrafici di mezza Italia, ricostruisce alberi genealogici, accede agli archivi di Stato, studia perfino i registri digitalizzati dei Mormoni, analizza documenti storici. «Ho passato mesi a cercare nomi, date, incrociare informazioni. Sono andato negli orfanotrofi di Torino, ho parlato con chiunque potesse sapere qualcosa». Un lavoro lungo, paziente, che porta a una ricostruzione plausibile delle origini di Carlo. «Secondo quello che ho trovato, mio padre Pippo e la madre di Carlo si sarebbero conosciuti dopo la guerra - spiega - alla quale aveva preso parte prima da Alpino, poi da partigiano sulle Dolomiti, con il nome di battaglia “Pinin”. Era scappato in Jugoslavia e poi era rientrato nell’Oltrepò Pavese».
Un incontro fugace, probabilmente, con Filomena, una ragazza campana. «Ho scoperto che è sepolta ad Augusta per aver sposato un siciliano (un altro filone della storia ndr). Filomena era tornata a casa incinta».
Da lì, il percorso si fa più complesso. «La famiglia non accettava lo “scandalo” e venne mandata a Torino, da parenti, per portare avanti la gravidanza in segreto». Carlo, registrato con il nome di Giancarlo Lavi, nasce il 19 aprile del 1952. Il piccolo orfano vive i suoi primi anni in un istituto religioso, poi a cinque anni viene messo su un aereo da solo, e spedito negli Stati Uniti. «Una cosa che oggi è difficile anche solo immaginare», commenta Iuppa.
Quel bambino, Giancarlo Lavi, attraversa l’oceano senza sapere chi è. Negli Usa diventerà Carlo Arco (dalla famiglia che l’avrebbe adottato), con una vita segnata da tante, troppe difficoltà, ma anche da una sorprendente capacità di resistere. Quando Iuppa scopre della sua esistenza, sente che non può più aspettare e decide di incontrarlo subito. «Ho detto a mio figlio Marco: andiamo!”. E così il 25 aprile 2019 partono per gli Usa destinazione Trumbull, Connecticut.
L’incontro viene immortalato in un video. Iuppa scende dall’auto, davanti casa di Carlo Arco, lui è sulla soglia, barcollante, si appoggia su una sedia. Angelo gli va incontro: «Dov’è mio fratello?”, si abbracciano per un tempo lunghissimo senza dire una parola.
Il legame cresce rapidamente, le telefonate diventano quotidiane, i rapporti si allargano ai nipoti, alle sorelle. Una famiglia che si ricompone, anche se tardivamente e con un oceano di mezzo.
Ma il tempo è breve. Carlo è ammalato per i postumi di un ictus e peggiora sempre di più. Nel novembre 2023 arriva la fine. «Mi hanno chiamato dicendo che erano le sue ultime ore. Ha riconosciuto la mia voce e con un sussurro ha detto: “I love you, my brother”». Le sue ultime parole.
Da questo incontro è nato un libro appena pubblicato: “Lavi - Figlio di Nessuno”. «All’inizio avevo pensato di raccontare tutto a qualcuno che potesse scriverlo - ammette l’autore - poi mi sono reso conto che questa vicenda avrei potuto raccontarla solo io. Ho scritto tutto in pochi mesi. Mi chiudevo in ufficio dopo le 17 e scrivevo. Rileggevo e piangevo. Scrivere è stato terapeutico”.
Il libro, dedicato in primis al fratello ritrovato, restituisce nelle sue 234 pagine non solo una storia personale, ma anche uno spaccato dell’Italia del dopoguerra, degli orfanotrofi, delle identità sospese di tanti bambini “venduti” alle famiglie italoamericane. «Ho trovato la ricevuta della “donazione” in base alla quale Carlo è stato trasferito in America nel 1958: 10mila dollari».
È anche per questo che il progetto non si ferma qui. «Sto lavorando alla traduzione in inglese del libro. Voglio che arrivi negli Stati Uniti». E c’è anche un’idea più ambiziosa. «Diventerà un film per Netflix - predice sicuro - è già un film, e se mi metto in testa una cosa la faccio».
Alla fine resta una domanda semplice: chi siamo, se non conosciamo da dove veniamo? «Questa storia mi ha cambiato - ammette Angelo Iuppa -. E ha cambiato tutti noi. Abbiamo dato a Carlo una famiglia, anche se per poco tempo. Ma lui ha dato a noi qualcosa che non sapevamo di cercare». E forse è proprio questo il senso più profondo di tutta la vicenda: la memoria che resiste, le radici che riemergono, e due vite che, dopo quasi settant’anni, hanno trovato finalmente il modo di incrociarsi.