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28 aprile 2026 - Aggiornato alle 09:17
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il caso

Condannato all'ergastolo: ora è libero (con la condizionale) dopo 26 anni

Rossa, ex affiliato dei Cinturino, uccise nel 1998 per vendetta, «non per mafia». Il Tribunale di Sorveglianza di Perugia: «Serio percorso di revisione critica, sincero rammarico»

28 Aprile 2026, 09:17

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Condannato all'ergastolo: ora è libero (con la condizionale) dopo 26 anni

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Libertà. Una parola molte volte data per scontata. Ma che assume un suono e un valore diverso - seppur “condizionale” - per chi ha vissuto ventisei anni dietro le sbarre. Luciano Rossa, 52 anni, da ieri è un uomo libero. Con diverse prescrizioni e limitazioni. Dovrà stare lontano dalla Sicilia almeno per cinque anni (periodo in cui sarà in libertà vigilata).

Trent’anni fa Rossa era un affiliato al clan Cintorino di Caltabiano, organizzazione della criminalità organizzata storicamente legata ai Cappello di Catania. Ma il suo curriculum criminale è pesante. Anzi pesantissimo. Nel 2000 fu arrestato nell’ambito di un blitz che decimò la cosca di Calatabiano. Quelle indagini riuscirono a far luce su un omicidio commesso nel 1998: Rinaldo D’Urso fu ammazzato a fucilate. Rossa agì per vendetta: la vittima lo aveva pestato al culmine di una lite in un bar. Sullo sfondo critiche nei confronti dell’ex esponente del clan Cintorino che all’epoca aveva fatto una “fuitina” d’amore con una giovane donna di Calatabiano. La famiglia non gradì quella relazione con un personaggio così chiacchierato per i suoi trascorsi mafiosi. E fra le persone che ebbero qualcosa da dire ci fu la moglie di D’Urso. Rossa la invitò a farsi gli affari suoi e il marito decise di dargli una lezione. Da lì l’organizzazione del delitto. Meditato e pianificato. Una prima volta addirittura l’attentato fallì. Rossa è stato condannato a otto anni per mafia, estorsione e droga. Nel 2003 è diventato definitivo l’ergastolo con sei mesi di isolamento diurno inflitto dalla Corte d’Assise di Catania per omicidio, tentato e consumato. Il Tribunale di Sorveglianza di Perugia ha accolto l’istanza del difensore, l’avvocata Belinda Zisa del foro di Catania, ritenendo vi fossero i presupposti per «accogliere la liberazione condizionale nel merito». Va detto che il detenuto ha già usufruito del beneficio della semilibertà: di giorno andava a lavorare, la notte rientrava in carcere. E dal datore di lavoro sono arrivate solo note positive per comportamento e puntualità. La concessione della libertà condizionata agli ergastolani è davvero rara, come spesso è stato denunciato dalle associazioni che si occupano di tutela della popolazione carceraria.

Il primo dato che ha evidenziato il collegio nell’ordinanza è il fatto che «dalla lettura della sentenza di condanna in atti emerge che l’omicidio non è riconducibile all’attività criminosa della consorteria mafiosa ma fu commesso per il rancore maturato a lungo dal Rossa nei confronti della vittima, D’Urso, in seguito a una lite intervenuta tempo prima fra i due in un bar di Calatabiano e nella quale Rossa aveva avuto la peggio». Non un omicidio di mafia dunque, ma un delitto per vendetta. Se fosse emersa l’aggravante mafiosa questo beneficio Rossa non avrebbe potuto ottenerlo.

I giudici di sorveglianza hanno analizzato il percorso del detenuto, dal quale «emergono profili che consentono di ritenere realizzato un serio percorso di rivisitazione critica delle condotte poste in essere, la relazione del Gruppo di osservazione della Casa di reclusione riferisce come egli abbia mostrato una sempre maggiore consapevolezza delle condotte devianti e un decisivo affrancamento da tali contesti e schemi valoriali».

Il Tribunale ritiene «di dover apprezzare la condotta del condannato che ha maturato nel corso della detenzione, e soprattutto della semilibertà, un percorso di riflessione profonda che lo ha condotto a esprimere un profondo e sincero rammarico ai familiari della vittima, condotta che seppure non potrà mai produrre un valore equivalente al danno causato, testimonia, comunque, la distanza dei reati commessi. Condizione quest’ultima confermata ... dall’assenza di procedimenti penali pendenti e dalla insussistenza di elementi per ritenere attuali collegamenti con la criminalità organizzata».