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30 aprile 2026 - Aggiornato alle 17:49
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Cronaca

Droga e sistema, nel Sud est siciliano non c'è più un semplice traffico di stupefacenti

Il giornalista d'inchiesta vittoriese Giuseppe Bascietto chiarisce come si sono evoluti i meccanismi di diffusione delle sostanze

30 Aprile 2026, 17:24

17:31

Vittoria, una scorta per il giornalista Giuseppe Bascietto

Il giornalista Giuseppe Bascietto

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Bascietto, lei parla spesso di un “sistema” più che di un semplice traffico di droga. Cosa significa?
Significa che non siamo più davanti a un fenomeno che si muove ai margini, nascosto o clandestino. La cocaina arriva e circola perché trova un territorio predisposto ad assorbirla senza attrito. Non è questione di rotte o carichi: è questione di autorizzazioni implicite, di equilibri che permettono al flusso di scorrere senza essere percepito come un’anomalia. Quando la droga smette di essere un rischio e diventa una procedura, allora non stai più osservando un traffico. Stai osservando un sistema.

Lei descrive un meccanismo in cui il potere non coincide con l’esposizione. Può spiegare?
In questo contesto i ruoli non sono quelli tradizionali. Ci sono figure che non comandano perché sono visibili, ma comandano proprio perché restano fuori scena. È il caso di ciò che viene chiamato “u puorcu”: non un capo nel senso classico, ma la funzione che autorizza. Chi decide se un flusso può passare o no. È un potere che non si espone, che non corre il rischio operativo. E proprio per questo è più difficile da intercettare.

E poi ci sono “i matriali”. Chi sono?
Sono la parte operativa del sistema, ma non nel senso romantico del termine. Non sono un gruppo identitario: sono una funzione. Sono intercambiabili, sostituibili, replicabili. Rendono possibile il flusso perché stanno dentro la logica del rischio, mentre il livello superiore resta pulito. Non costruiscono il potere: lo rendono possibile.

Lei parla anche di un incastro con gruppi albanesi. In che senso?
Non si tratta di una convivenza, ma di un incastro funzionale. I gruppi albanesi portano il flusso – contatti, rotte, disponibilità di materia – ma trovano qui un territorio già predisposto a renderlo invisibile. È una complementarità: chi porta la sostanza e chi garantisce che scorra senza lasciare tracce. È questo che trasforma un traffico in un sistema.

Nelle sue analisi ricorrono esempi che mostrano come il sistema si innesti dentro la normalità quotidiana. Perché è così importante questo aspetto?
Perché il punto non è nascondere, ma confondersi. Quando un oggetto o un mezzo è percepito come parte della normalità – un’attrezzatura, un veicolo di lavoro, un mezzo di soccorso – smette di essere guardato. E quando qualcosa smette di essere guardato, diventa un canale perfetto. Non perché sia invisibile, ma perché è già dentro ciò che tutti considerano normale. È questo il vero salto di qualità.

In questo quadro, qual è l’elemento più difficile da contrastare?
L’invisibilità del comando. Chi decide non si espone, chi si espone non decide. Il rischio è distribuito verso il basso, mentre il potere resta in alto, fuori portata. È un’architettura che si regge sulla continuità: non c’è un centro da colpire, ma una rete che si autoalimenta. E quando il comando è invisibile e il rischio è distribuito, non stai più guardando una rete. Stai guardando un sistema che non si ferma.