le indagini
30 Aprile 2026 - 18:50
nieri e della Procura di Enna prova a rimettere in fila quei minuti decisivi, tra un’aggressione ferocissima, dodici giorni di agonia e una comunità che non ha mai smesso di chiedere verità.
In piazza Riggio a Catanenuova lo scorso 3 dicembre la vita di Salvatore De Luca, 57 anni, si è spezzata prima ancora della morte ufficiale arrivata dodici giorni più tardi nel reparto di rianimazione dell’ospedale Cannizzaro di Catania. Da allora, il paese dell’Ennese ha continuato a convivere con una domanda apparentemente senza risposta: un uomo colpito in pieno centro, in pieno giorno, davanti a una comunità che si è scoperta improvvisamente fragile. A quasi cinque mesi di distanza, quell’inchiesta registra una svolta: i carabinieri della Compagnia di Enna, coordinati dalla Procura della Repubblica di Enna, hanno arrestato un 23enne ritenuto il presunto autore dell’aggressione. L’accusa, ora, è omicidio.
L'aggressore, originario dello stesso centro dell’Ennese, è stato rintracciato a Lecce, dove si era trasferito temporaneamente per ragioni di lavoro. A suo carico è stata eseguita un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip, su richiesta della Procura di Enna, dopo mesi di attività investigative fatte di interrogatori, verifiche e accertamenti tecnici che avrebbero consentito di raccogliere elementi ritenuti gravi e concordanti.
La ricostruzione dei fatti, nelle sue linee essenziali, restituisce la brutalità di un episodio che ha segnato il paese. Salvatore De Luca sarebbe stato raggiunto da una serie di pugni, cadendo a terra; l’aggressione, secondo gli elementi emersi nelle indagini e riportati, sarebbe poi proseguita con calci alla testa, fino a provocargli la perdita dei sensi. Soccorso e trasportato d’urgenza al Cannizzaro, l’uomo era apparso da subito in condizioni disperate.
Per dodici giorni la nuda realtà. De Luca, sposato e padre di un figlio, è rimasto ricoverato con prognosi riservata nel reparto di rianimazione dell’ospedale catanese. Il decesso è stato registrato il 15 dicembre. Con la morte della vittima, il procedimento – nato inizialmente come ipotesi di tentato omicidio – si è aggravato fino a configurare l’ipotesi di omicidio volontario.
L’indagine non si è chiusa nell’immediatezza dei fatti. Anzi, proprio il tempo trascorso tra l’aggressione e l’arresto aiuta a capire il lavoro investigativo che ha portato alla misura cautelare. I militari della Sezione Operativa della Compagnia di Enna, sotto il coordinamento della Procura, hanno proseguito per settimane con escussioni, riscontri e analisi tecniche. È su questo impianto probatorio che la Procura ha poi chiesto al gip il carcere per il giovane oggi arrestato.
Sul movente, allo stato, è necessario usare parole misurate. Le fonti convergono nel collocare l’origine dell’aggressione dentro un quadro di dissidi personali e vicende familiari. C’è un filone relazionale, privato, che secondo gli investigatori avrebbe fatto da sfondo al pestaggio. Ma il grado esatto di questi legami e il peso specifico dei singoli attriti dovranno essere chiariti nel corso del procedimento.
Fin dalle prime fasi dell’inchiesta, il giovane poi arrestato aveva respinto le accuse. A metà dicembre il 23enne, assistito dagli avvocati Lorenzo Caruso e Sandro Fagone, si era dichiarato estraneo ai fatti contestati. È un elemento che resta centrale anche oggi: l’arresto rappresenta una svolta investigativa importante, ma non equivale a una sentenza. La misura cautelare certifica che, secondo il giudice, esistono presupposti e indizi tali da giustificare il carcere in questa fase; la responsabilità penale, però, potrà essere accertata solo nel contraddittorio processuale.
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