La ricerca
«Un tempo Librino era sinonimo di ricchezza con il vino e le sete pregiate delle “Terre forti”»
Al Campo San Teodoro presentata la ricerca della docente Eleonora Guzzetta che "scava" nel passato glorioso del quartiere
Prima di Librino c’erano le “Terre forti”, una zona agricola di pregio che ha fatto per secoli la fortuna del clero e di molte famiglie nobili. Una su tutte: i Moncada che danno oggi il nome a uno dei grandi viali del quartiere progettato a metà anni ’70. A ricostruire la storia dell’area, caratterizzata da terreni collinari argillosi e pieni di corsi d’acqua, è stata Eleonora Guzzetta, docente di Lettere nella scuola secondaria di primo grado ma soprattutto nata e cresciuta in quella parte del quartiere che è testimonianza di quell’era agricola, ovvero il cosiddetto “Borgo Librino”.

Da sinistra: Sara Fagone, Eleonora Guzzetta e Simona Laudani
La sua ricerca, denominata non a caso “Prima di Librino, una periferia catanese tra XVI e XIX secolo”, pubblicata dal centro culturale e teatrale Magma e che prende spunto dalla sua seconda tesi di laurea magistrale in “Storia e cultura dei paesi mediterranei”, conseguita nel 2021, nasce quindi da un interesse «anche familiare. Il nome del quartiere, ad esempio, deriverebbe da un proprietario terriero della zona con il labbro leporino, una testimonianza che viene dai miei genitori e da alcuni zii», ha spiegato Guzzetta pochi giorni fa presentando la ricerca al Campo San Teodoro Liberato gestito dai Briganti Rugby. Davanti a una platea numerosa e attenta, che ha partecipato ponendo anche domande su quanto rimanga oggi di quell’epoca. Un tema sottolineato da Saro Mangiameli, già docente di Storia Contemporanea a Unict, anche lui tra il pubblico. Guzzetta ha parlato degli ultimi anni dell’800, quelli in cui «lo Stato aveva requisito i possedimenti della Chiesa, che in questa zona erano per la maggior parte dei monaci Benedettini», quelli del Monastero di San Nicolò La Rena, oggi sede del polo umanistico dell’Università di Catania. Ma soprattutto «di vicende che hanno origine nel XIII secolo, quando dopo la conquista aragonese in Sicilia inizia una vera e propria “lotta” per accaparrarsi queste aree così ricche». Coadiuvata nella sua presentazione dalla professoressa Simona Laudani, già docente di Storia Moderna a Unict, oltre che da Sara Fagone in rappresentanza del Comitato Librino Attivo, che insieme ai Briganti ha organizzato l’incontro, Guzzetta ha illustrato secoli di produzioni di eccellenza, come vino e seta. Un’epoca finita a inizio ’900 «dopo l’arrivo di malattie per le piante, come la filossera, che portò a eliminare la vite per puntare sugli agrumi».

La ricerca prova a cambiare la narrazione della periferia, conosciuta dalla cronaca degli ultimi decenni spesso solo per motivi negativi, e considerata negli anni Sessanta come un'area abbandonata e incolta. Prima la percezione era completamente diversa. Guzzetta riporta le parole dello studioso Carmelo Sciuto Patti, che nel 1856 definì la zona parlando «di delizia e incanto». Anni prima Micio Tempio esaltava “i racini chiu scelti”. E i prezzi di vendita lo testimoniavano: «un fiasco di vino “Bombacaro bianco”, prodotto dai Bonajuto-Paternò Castello, costava due lire a fine ’800, una cifra molto alta». Erano gli anni d’oro. Racconta Guzzetta: «Tra '700 e '800 l'economia catanese è in espansione dopo il terremoto del 1693». Corsi e ricorsi storici: la città dopo il disastro provava a ripartire. In maniera simile a oggi, con i vari fondi per le emergenze climatiche e per catastrofi come il ciclone Harry, «Catania aveva avuto dopo il terremoto una sorta di “esenzione” da tasse e gabelle, che portarono la sua produzione vinicola, ma anche quella dei tessuti, a primeggiare in Sicilia e non solo». Di quegli anni “d’oro” restano «solo alcune delle masserie, alcune restaurate, e i resti dell’ex abbazia di Nuovaluce, dietro al cimitero», conclude.