Il processo
L’“agorà” della mafia della Sicilia orientale: raffica di condanne fra Santapaola, La Rocca e Nardo
La Corte d’Appello di Catania ha emesso la sentenza di secondo grado fra conferme e riforme: pene da 2 a 21 anni
Non è stato semplice per la famiglia catanese di Cosa Nostra riorganizzare le fila dopo i durissimi colpi inferti dai blitz Kronos (2016) e Chaos (2017). Ma a un certo punto c'era da serrare le fila. Antonio Tomaselli, «detto penna bianca», aveva già delle direttive su come muoversi se fosse arrivato l'arresto. Ma in un quadro di ricostruzione non si designò subito un direttore d'orchestra ma si decise di nominare un «triunvirato», che potesse tenere anche i legami con gli alleati La Rocca di Caltagirone e i Nardo di Lentini, nel Siracusano. Grazie all'inchiesta del Ros, Agorà - coordinata dai pm Raffaella Vinciguerra e Marco Bisogni (che poi è diventato membro togato del Csm) - è stato scoperto che i tre registi della mafia erano Turi Rinaldi “millemachini”, Michele Schillaci e Carmelo Renna. I tre furono arrestati a giugno 2022 assieme ad altre 50 persone. Piccola parentesi: qualche mese dopo, grazie l'indagine «Sangue Blu», si scoprirà che la «bacchetta del maestro d'orchestra» sarebbe stata affidata all'uomo d'onore riservato Francesco Napoli. Da qualche settimana tornato in libertà per aver espiato la condanna.
Ma torniamo al processo Agorà. Il centro logistico e gestionale della mafia della Sicilia Orientale per un periodo notevole è stata l'officina di Rinaldi in via Zia Lisa. I carabinieri del Ros piazzano le cimici e seguono in diretta summit, ma anche lamentele (come quelle di Gabriele Santapaola, fratello del più noto Francesco “colluccio”) e anche tentativi di riportare nella carta dei Santapaola vecchie estorsioni. Ma l'inchiesta è riuscita anche a documentare il volto più affaristico della mafia (la capacità di infiltrarsi negli appalti della famiglia di Caltagirone, con Gioacchino La Rocca, figlio del defunto padrino Ciccio) e anche quello violento (con i Nardo). Due anni fa ci fu la sentenza del gup di primo grado. Che fu appellata da difesa, ma anche dalla procura.
Ieri sera, dopo una lunga camera di consiglio, è arrivato il verdetto della Corte d'Appello che ha riformato alcune condanne: Salvatore Rinaldi 21 anni e 8 mesi, Gabriele Santapaola 8 anni, Tiziana Bellistri 7 anni e 4 mesi, Giocchino La Rocca 9 anni e 10 mesi, Salvatore Giarrusso 11 anni, Gesualdo Briganti 11 anni e 4 mesi, Pasquale Oliva 16 anni e 6 mesi, Alessandro Fatuzzo 7 anni e 2 mesi, Carmelo Fallara 6 anni e 8 mesi, Lorenzo Sgroi 6 anni e 8 mesi, Sebastiano Giovanni Desi 6 anni e 8 mesi, Antonio Sebastiano Battaglia 13 anni e 10 mesi, Orazio Papale 17 anni e 4 mesi, Giuseppe Scuderi 6 anni, Santo Venuti 3 anni e 4 mesi. Confermate invece le pene per Francesco Compagnino (14 anni), Luigi Ferrini 10 e 8 mesi, Carmelo Gualtieri 2 anni e 8 mesi, Gianluca Italia 6 anni, Calogero Aquilino 8 anni e 10 mesi. Confermate inoltre le assoluzioni. Nel corso del processo due imputati sono deceduti: si tratta Giuseppe Benedetto Di Stefano e Maurizio Vecchio Pinzone per cui il collegio ha emesso sentenza «di non luogo a procedere per morte del reo».
Fra 90 giorni le motivazioni della sentenza.