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6 maggio 2026 - Aggiornato alle 07:25
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L'operazione

A Corleone la mafia “old style” con l’ombra lunga di Riina

Furti, incendi, riti di affiliazione e il ruolo del nipote di Riina per una Cosa nostra ferma agli anni del "Capo dei capi"

06 Maggio 2026, 07:25

07:30

A Corleone la mafia “old style” con l’ombra lunga di Riina

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Un ritorno a una mafia antica, come l'hanno definita gli investigatori "rurale". Fatta di Cosa Nostra che si occupa di furti di paletti, di frumento, di "bonze" per l'acqua, che fa da "arbitro" a dispute per terreni e che non manca di fare segnali, "incendiando tutto", macchine agricole e altro, quando è necessario.

E dove si torna a parlare dei riti sacri mafiosi, delle "punciute" per l'affiliazione. Proprio come ai tempi del "capo dei capi", Totò Riina, che gestiva così tutto il potere di Cosa Nostra. E non è un caso che nei tre arrestati ieri a Corleone, nel provvedimento emesso dal gip di Palermo, Claudia Rosini, su richiesta della Procura distrettuale antimafia, figuri Mario Grizzaffi, 60 anni, nipote diretto di Riina, figlio di una sorella del capo dei "Corleonesi", morto nel 2017. E l'ombra lungo del sanguinario boss si allunga anche ai giorni nostri, visto che, come si legge chiaramente nelle provvedimento di fermo, per gli investigatori, il potere mafioso da quelle parti è rimasto alla famiglia di Riina, e che avrebbe assunto la reggenza del mandamento colmando il vuoto di potere seguito alla morte dello zio e di Bernardo Provenzano. Insieme a lui sono finiti in cella Mario Gennaro, 54 anni, e Pietro Maniscalco, 63 anni. L'indagine, frutto di un monitoraggio capillare condotto tra il 2017 e il 2023, ha delineato i nuovi equilibri della famiglia criminale: una «mafia rurale» ancora operativa e radicata, capace di imporre la propria autorità con metodi antichi ma efficaci. Per altri tre indagati il gip ha respinto la richiesta di misura cautelare: restano a piede libero.

Il controllo del territorio, ricostruiscono gli inquirenti, passava per una strategia quotidiana di intimidazione: furti, danneggiamenti e incendi utilizzati per piegare agricoltori e imprenditori. Particolarmente simbolici gli episodi di sabotaggio di mezzi agricoli, inclusi quelli di una cooperativa che gestisce beni confiscati alla mafia, una sfida allo Stato nel suo stesso campo.

Oltre ai danneggiamenti, il gruppo avrebbe gestito estorsioni a commercianti, spesso finalizzate a ottenere dilazioni di pagamento o vantaggi economici. La forza di intimidazione del vincolo associativo, sottolineano gli investigatori, era tale da sostituirsi alle autorità civili: gli affiliati intervenivano per dirimere dispute private e regolare i confini dei terreni.

L'aspetto più allarmante emerso è il residuo riconoscimento sociale di cui il sodalizio godeva in alcuni settori della comunità: semplici cittadini si sarebbero rivolti agli esponenti mafiosi per risolvere controversie o ottenere una sorta di «nulla osta» preventivo all'acquisto di fondi agricoli.

L'operazione rappresenta, senza dubbio, un colpo alla pretesa egemonia del nipote di Riina e ribadisce la presenza dello Stato in uno dei territori storicamente più complessi della Sicilia.