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6 maggio 2026 - Aggiornato alle 11:04
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la sentenza

Donne rumene e business notturno, il caso "Dolce vita" chiude i conti: quattro condanne in Corte d'Appello

Ricostruita in secondo grado la rete di reclutamento che operava nella zona industriale di Agrigento

06 Maggio 2026, 09:36

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Non c’è più traccia delle luci soffuse e del viavai che, quasi un quarto di secolo fa, animava la zona industriale di Agrigento. Eppure, tra le pieghe del tempo e i faldoni della giustizia, l’eco di quel locale chiamato, quasi per beffa, "Dolce vita", ha continuato a risuonare fino alle aule della Corte d’appello di Palermo. I giudici di secondo grado hanno messo un punto fermo su una vicenda che sembra appartenere a un'altra epoca, confermando le condanne per quattro protagonisti di quello che l'accusa ha descritto come un lucroso ponte illegale tra la Romania e la Sicilia.

Il verdetto è netto, nonostante la scure della prescrizione abbia già abbattuto gran parte dei capi d'accusa originari, compresi quelli legati al presunto giro di prostituzione nei privé del locale. Ciò che resta, solido e provato per i giudici, è il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Per Elena Acujboaei (48 anni), Andrea Amato (63 anni di Porto Empedocle), Antonio Caramazza (57 anni di Favara) e Giovanni Corvaia (50 anni di Agrigento), la pena confermata è di tre anni di reclusione ciascuno.

L’inchiesta, denominata non a caso "Dolce vita", aveva scoperchiato un sistema oliato: un reclutamento sistematico di giovani donne rumene, attratte in Italia con la promessa di un lavoro e poi inserite nel circuito del locale. Dietro la facciata del divertimento notturno nella zona industriale, si nascondeva un’organizzazione capace di gestire trasporti e permanenze, trasformando il locale in un hub di arrivo per manovalanza femminile destinata ai privé.

Sebbene oggi, a distanza di 25 anni, i reati più odiosi legati allo sfruttamento siano evaporati nei tempi lunghi della giustizia, la sentenza di Palermo riconosce la gravità della rete logistica che alimentò quel business. Un frammento di storia criminale agrigentina che finalmente trova la sua parola "fine", restituendo la fotografia di un passato dove la vulnerabilità delle donne migranti diventava merce di scambio nei capannoni della periferia.