Il blitz
Così ordinava il nipote di Riina: «Si deve fare un’operazione: bruciare tutto»
Furti, roghi, danneggiamenti: a Corleone la mafia rurale non è mai passata di moda
Mario Gennaro fu fatto “uomo d’onore” di Cosa Nostra a 18 anni. Era il 1990. La punciuta l’ha raccontata a sua moglie quasi con nostalgia. Come se diventare un mafioso certificato fosse una cosa di cui vantarsi. Ci sarebbe solo da vergognarsi. Ma Gennaro, finito martedì in manette assieme a Mario Grizzaffi e Pietro Maniscalco, andava quasi fiero della presenza di «lui» - per la procura il capo dei capi Totò Riina - alla cerimonia di affiliazione. Niente santuzze o santini. Una cosa più semplice. «Quando era vivo lui è venuto a farmi entrare nella società, avevo diciotto anni», diceva alla moglie mentre le cimici dei carabinieri lo intercettavano. E quelle conversazioni sono state per la procura guidata da Maurizio de Lucia una sorta di “fil rouge” per ricostruire gli assetti del mandamento di Corleone. Una macchina del tempo. Dove la violenza è il concime che rafforza il sistema di Cosa Nostra. Le campagne diventano il teatro del terrore e l’eco di Riina pare essere ancora presente. La gip Claudia Rosini nelle conclusioni è lapidaria: «Era esplicito il controllo “para-istituzionale” del territorio e delle dispute tra privati e nella “messa a disposizione” per la commissione di condotte delittuose a carattere intimidatorio finalizzate appunto al governo dello stesso territorio, manifestandosi gli indagati quali espressione di una “mafia rurale” ancora pienamente operativa».
Gennaro parlava, parlava. E si compiaceva della «sua caratura mafiosa» e delle gesta criminali. Furti, danneggiamenti, roghi. A proposito di fuoco, il 22 febbraio di quattro anni fa l’indagato raccontava di un preciso «ordine» ricevuto da Mario Grizzaffi, il nipote di Riina poiché figlio di una delle sorelle del boss defunto corleonese, di «andare a bruciare tutte cose». «Una volta questo - diceva l’indagato - mi è venuto a cercare... mi è venuto a dire: “si deve fare un’operazione...”. Mario Grizzaffi avrebbe detto all’affiliato intercettato: “Dobbiamo andare a bruciare là tutte cose!”». L’incendio, di diverso tempo fa, sarebbe stato appiccato a dei mezzi agricoli in Contrada Piano di Corte, agro di Corleone, nella notte tra il 19 ed il 20 febbraio 2005. «Quando tu sei andato a prendere quella bonza lui lo sapeva?» ... «Quella del frumento?», un’altra conversazione che rivela il furto di una bonza di frumento. E ancora: «Per prendere i paletti là... noi altri siamo andati a rubare». Insomma, la pratica era quella di intimidire agricoltori, coltivatori e allevatori per farli piegare alle volontà dei boss corleonesi. Gennaro, davvero logorroico, lodava il pedigree criminale («è lui quello grosso») di Giovanni Grizzaffi, il fratello di Mario che è deceduto nel 2023 dopo la scarcerazione del 2017 avvenuta dopo 24 anni di reclusione. Era lui in realtà il nipote prediletto di Riina, il capo dei capi gli aveva dato «le redini» del mandamento. Il padrino di Cosa Nostra, nel 2013, durante le ore d’aria al 41bis con il co-detenuto Alberto Lo Russo «aveva manifestato la piena fiducia riposta nel nipote Giovanni, che una volta scarcerato avrebbe dovuto occuparsi dei suoi interessi immobiliari».