il caso
Garlasco, l'illusione di Lovati e il pronostico errato dell'ex avvocato di Andrea Sempio
Il legale bollava le intercettazioni come "fumose" e ipotizzava una lunga estensione delle indagini preliminari. La Procura di Pavia ha invece ribaltato le previsioni notificando immediatamente la chiusura dell'inchiesta: per i magistrati il quadro è già sufficientemente definito
C’è un dettaglio che restituisce con precisione la fase attuale, intricata e incandescente, del caso Garlasco, tra i più controversi della cronaca nera italiana. A maggio 2026, alla vigilia di quella che si sarebbe rivelata una svolta clamorosa, Massimo Lovati, già difensore di Andrea Sempio, delineava uno scenario opposto a ciò che poi è accaduto.
Esaminando il materiale probatorio in mano alla Procura di Pavia, l’avvocato arrivò a ipotizzare una proroga delle indagini preliminari addirittura di un anno. Il fulcro della sua critica riguardava le intercettazioni ambientali, perno dell’inchiesta bis. Lovati le aveva bollate come “fumose” e “poco localizzabili”.
A suo avviso, le frasi pronunciate da Sempio mentre si trovava da solo in auto nel 2025 non costituirebbero un riscontro robusto: più che di ammissioni, parlerebbe di passaggi “non univoci, di contenuto ambiguo”, incapaci di sostenere da soli un’imputazione per omicidio.
Quella previsione, però, è stata smentita nel giro di pochi giorni. Dopo l’interrogatorio del 6 maggio 2026, nel quale Sempio si è avvalso della facoltà di non rispondere, il 7 maggio la Procura ha notificato la chiusura del segmento investigativo. L’atto ex articolo 415-bis non equivale a una pronuncia di colpevolezza, ma certifica che per i magistrati il quadro è “sufficientemente definito da non richiedere ulteriori mesi di lavoro preliminare”.
Ad Andrea Sempio, oggi trentanottenne (diciannovenne all’epoca), viene contestato l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007, con le aggravanti della crudeltà e dei motivi abietti.
La frattura tra accusa e difesa, ben rappresentato dalle parole di Lovati, non si esaurisce nel capitolo intercettazioni. L’impalcatura accusatoria si fonda su una pluralità di elementi che i legali dell’indagato giudicano non risolutivi. Spicca il Dna rinvenuto sotto le unghie della vittima: una perizia del dicembre 2025 ne indica la compatibilità con Sempio, ma resta indeterminato quando e come si sia depositato, lasciando aperte le ipotesi di contaminazione o di “trasferimento avventizio”.
C’è poi la cosiddetta “impronta 33”, individuata nei pressi della scala che conduce alla taverna. Per la Procura apparterrebbe al palmo destro di Sempio, sulla base di 15 minuzie dattiloscopiche. La difesa ribatte che la traccia è di sudore e non di sangue e che, in quanto tale, non prova un coinvolgimento nell’omicidio.
Anche lo storico scontrino del parcheggio di Vigevano, a lungo pilastro del vecchio alibi, viene ora attraversato da incongruenze evidenziate dagli inquirenti; così come le telefonate effettuate in passato all’abitazione dei Poggi, oggi rilette non come chiamate all’amico Marco, ma come possibile indizio di un “presunto tentativo di approccio rifiutato” verso Chiara.
L’errore di pronostico sulla proroga non appare dunque un semplice scarto tecnico, ma il segnale di una “frattura non soltanto processuale, ma anche narrativa”. Anticipa il confronto imminente: da una parte, una difesa pronta a denunciare una chiusura affrettata fondata su lacune investigative; dall’altra, una Procura convinta di avere composto un mosaico ormai coerente.
Sul fondale, incombe il peso della storia giudiziaria del caso. Gli atti della nuova inchiesta passeranno ora alla procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, chiamata a valutare l’eventuale revisione della condanna definitiva a 16 anni inflitta ad Alberto Stasi. Un passaggio delicatissimo, capace, se accolto, di riscrivere l’intera narrazione di uno dei delitti più discussi degli ultimi decenni.