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La strage del 2013

Lampedusa, lo strazio di una madre a 12 anni dal naufragio: «Voglio sapere dove è sepolto mio figlio»

Awet, rifugiata eritrea fuggita in Etiopia, ha riconosciuto il figlio disperso nel naufragio del 3 ottobre 2013 e ha donato il Dna ai medici del Labanof per ottenere un'identificazione ufficiale

09 Maggio 2026, 17:17

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Lampedusa, lo strazio di una madre dodici anni dal naufragio: «Voglio sapere dove è sepolto mio figlio»

«L'ho ucciso io, non sono stata in grado di proteggerlo» ha gridato Awet, una donna eritrea che da dodici anni cerca disperatamente il figlio Shemaynesh, crollando sotto il peso del senso di colpa davanti ai medici del Labanof dell’università di Milano incontrati ad Addis Abeba, in Etiopia, per donare il proprio Dna da comparare con le vittime non identificate del tragico naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa.

La drammatica odissea di questa madre è iniziata in Eritrea quando il figlio, ancora giovanissimo, è stato arruolato a forza per poi disertare e fuggire verso la Libia senza lasciare tracce, una decisione che ha costretto anche Awet a scappare con i figli minori in Etiopia per sfuggire alle ritorsioni del regime contro le famiglie dei disertori, vivendo da allora in una clandestinità forzata e nel terrore.

Già nel 2013, tramite i social media, la donna aveva intuito che Shemaynesh fosse tra le vittime di quel drammatico viaggio nel Mediterraneo e da allora ogni anno accende una candela e brucia incenso unendosi a distanza alle commemorazioni, ma solo oggi ha scoperto la possibilità di reclamare una verità ufficiale.

Di fronte a una fotografia mostratale durante l'incontro, il riconoscimento del ragazzo è stato tanto immediato quanto straziante, anche se il Comitato 3 Ottobre le ha ricordato che tale procedura visiva non ha alcun valore legale per l'identificazione formale.

Nonostante gli enormi ostacoli e l'assenza di documenti, Awet è mossa ormai da una missione incrollabile: «Voglio sapere dove è sepolto. Prima di morire, devo andare a salutarlo».