L'ANTICIPAZIONE
La benzina sul fuoco del genocidio: così il carburante raffinato in Sicilia arriva a Israele (e al suo ministero della Difesa)
In anteprima l'ultimo rapporto del gruppo investigativo di Greenpeace Italia che, insieme alla trasmissione televisiva Report, stasera manderà in onda i dati sui traffici petroliferi italiani
È, quasi letteralmente, gettare benzina sul fuoco. E una parte l’ha avuta anche il polo petrolchimico di Siracusa. Perché «dai porti italiani a quelli israeliani sono state effettuate almeno 17 spedizioni di combustibili (concentrate tra giugno 2024 e novembre 2025), per un ammontare di circa 300mila tonnellate di prodotti petroliferi raffinati (benzina, gasolio, nafta, diesel) e di circa 100mila tonnellate di petrolio greggio». Parte di questi prodotti è partita dalla raffineria Isab di Priolo Gargallo.
È in questi trasferimenti di combustibile qui il cuore delle nuove scoperte fatte dall’unità investigativa di Greenpeace Italia in collaborazione con la trasmissione televisiva Report di Rai3, per un’inchiesta di Manuele Bonaccorsi e Madi Ferrucci. Secondo il monitoraggio, dai pontili di Isab sono partite almeno dieci spedizioni di prodotti petroliferi, finite poi nei porti di Israele attraverso l’intermediazione del trader Trafigura, la società con sede a Singapore che gestisce i traffici via mare dell’impianto di raffinazione più grande del polo petrolchimico di Siracusa.
I carichi di gasolio, nafta e diesel partiti da Isab sono arrivati poi ad Haifa, Ashkelon e Porto Said. «Il rischio “reale e imminente” di genocidio era stato evidenziato dalla Corte Internazionale di Giustizia già nel gennaio 2024», sottolinea il documento di Greenpeace, che La Sicilia è in grado di anticipare. E tutte le spedizioni analizzate sono successive alla presa di posizione internazionale. Alcune sono successive perfino all’emissione del mandato di cattura della Corte penale internazionale per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, accusato di crimini di guerra. In altri termini: rifornire di carburante Israele equivale a rifornire lo Stato che perpetra il massacro nella Striscia di Gaza.
Per comprendere i legami fra il gasolio prodotto a Priolo Gargallo e quello arrivato in Israele bisogna tenere a mente il nome Bazan group, in passato conosciuto come Oil Refineries ltd (Orl). «Localizzata nella baia di Haifa, è uno dei più grandi e ramificati gruppi energetici di Israele», si legge sul sito ufficiale dell’azienda. Delle 17 spedizioni che Greenpeace contesta alle raffinerie italiane, dieci riguardano carichi partiti dalla Isab di Priolo.
Di queste, cinque hanno per destinazione finale la Orl, cioè il gruppo Bazan. Sono loro stessi, nel Rapporto di sostenibilità datato 2023, a evidenziare la «funzione fondamentale» avuta dal primo giorno di guerra, subito dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Prima per rifornire di diesel la Israel Electric Corporation e poi di gasolio il Ministero della Difesa. Cioè, letteralmente, l’esercito israeliano. Secondo i dati analizzati da Greenpeace, il 17 luglio 2025 un carico di 5.203 tonnellate di gasolio è partito dal pontile Isab a bordo della nave Aldebaran. Il carico sarebbe poi stato trasferito «tra il 21 e il 22 luglio 2025 alla nave Alexandria (battente bandiera cipriota) tramite un’operazione ship-to-ship al largo di Cipro». Le operazioni Sts sono quelle per cui un carico viene trasferito, in mare, da una imbarcazione a un’altra. Erano già state oggetto di un report di Greenpeace e Report, lo scorso anno, a proposito delle navi della flotta fantasma russa in transito nel Mar Mediterraneo. Il carico della Aldebaran, poi imbarcato dalla Alexandria, scrive il gruppo investigativo degli ambientalisti, «è stato consegnato al porto di Haifa, banchina petroli, il 24 luglio 2025».
«Il 24 luglio, secondo Kpler, dallo stesso terminale Isab di Augusta, la nave Malmo ha caricato altre 3.366 tonnellate di gasolio con destinazione Haifa, Israele». Ancora una volta, sarebbe avvenuto un trasferimento «alla nave Alexandria, che il 31 luglio 2025 attracca in Israele al terminale petrolifero di Haifa». Movimenti simili vengono registrati il 5 agosto (1.668 tonnellate di gasolio), il 20 agosto (5.869 tonnellate di gasolio) e il 30 dello stesso mese (7.538 tonnellate di gasolio). In quest’ultimo caso viene anche segnalata l’intermediazione della russa Lukoil.
L’analisi dei dati, poi, fa emergere anche casi in cui l’acquirente finale non è indicato, ma la destinazione del prodotto è sempre il Paese guidato da Netanyahu, sempre dopo un trasferimento tattico dalla petroliera originale, cioè quella partita dai pontili siciliani, alla petroliera che poi scaricherà il carburante in Israele. È il caso del carico da 26mila tonnellate di gasolio partito dai pontili della provincia di Siracusa il 26 luglio 2025, approdato poi ad Ashdod. Stessa destinazione di quello da 33.740 tonnellate di benzina partite il 5 agosto; o le 35mila tonnellate di diesel partite da Santa Panagia il 16 agosto dell’anno scorso. Uguale discorso vale per l’ultima spedizione verificata da Greenpeace come partita dalla raffineria Isab e poi finita in un porto israeliano: 35mila tonnellate di gasolio partite il 3 settembre 2025.
Vero è che Isab - di proprietà della israelo-cipriota Goi energy - non controlla direttamente il commercio internazionale di prodotti raffinati via mare. Quello è un compito che spetta al trader Trafigura, il cui ruolo è riconosciuto, in esclusiva, anche nel decreto con il quale il governo italiano esercita il “Golden power” sulla raffineria Isab, definita di interesse strategico nazionale per garantire l’indipendenza energetica dell’Italia. Ma è vero anche che il rischio di genocidio, riconosciuto dalla Corte penale internazionale, impone agli Stati che la riconoscono misure preventive. Fra le quali anche interrompere ogni forma di aiuto ai Paesi che quel genocidio lo perpetrano.
«Il quadro legale prevede che siano gli Stati di appartenenza, cioè gli Stati dove le aziende sono registrate, responsabili di far rispettare la legge e quindi di investigare», afferma, nell’intervista che andrà in onda stasera su Report, Francesca Albanese, relatrice speciale Onu sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati. Perciò sono gli Stati a cui spetta il compito, «se ci sono prove, di mettere sotto processo, imporre sanzioni alle aziende e di chiedere forme di riparazione».