La storia
Rotta verso Gaza, un ricercatore catanese sulla Global Sumud Flotilla: «Ce la vediamo brutta, ma è la cosa giusta da fare»
Alessio Catanzaro ha trent'anni ed è partito il 26 aprile da Augusta. È a bordo della nave Cactus, ribattezzata Tabariyya. «Siamo a sei giorni dalla zona arancione»
Il tracker è in continuo aggiornamento. Al momento in cui controlliamo l’ultima volta, intorno alle 22 di ieri sera, Tabariyya naviga verso il porto turco di Marmaris alla velocità di 4,3 nodi, che sono più o meno otto chilometri orari.
La distanza da Gaza è di oltre 400 miglia nautiche. La barca batte bandiera polacca, sullo scafo c’è scritto il nome di Cactus, in un’altra vita era una nave a noleggio che veniva usata a Ibiza.
Adesso, col nome di un villaggio palestinese che prima o poi tornerà a esistere, accoglie un equipaggio di otto persone della Global Sumud Flotilla, partite il 26 aprile dal porto di Augusta, in provincia di Siracusa, e dirette nella Striscia.
Salvo arrembaggi della Marina militare israeliana, con i conseguenti arresti e sequestri di persona.
Sulla Tabariyya ci sono due malesi, una cittadina svizzera, due turchi e tre italiani.
Alessio Catanzaro è di Catania, ha trent’anni, di professione fa il ricercatore in Fisica dei sistemi complessi in un progetto che lo fa stare a cavallo fra la Toscana e l’Olanda. «Sarei voluto partire anche con la scorsa spedizione, quella del 2025, ma non ci sono riuscito. Adesso, per fortuna, ho fatto in tempo», racconta.
Sul sito della Global Sumud Flotilla c’è un contatore costantemente aggiornato. Dice quante barche sono state intercettate e quante sono ancora in navigazione. L’abbordaggio più difficile è stato quello della notte fra il 29 e il 30 aprile, quando sono stati arrestati fra gli altri anche Thiago Avila e Saif Abukeshek, rimasti detenuti per oltre dieci giorni.
«Devo ammettere che ce la siamo visti brutta quella sera».
Anche voi siete stati fermati?
«No, la nostra barca no. Quando abbiamo visto l’imbarcazione della Marina israeliana puntare proprio nella nostra direzione ho cominciato a provare un po’ di preoccupazione. Però mi dicevo che dovevo soltanto pensare a navigare, tenere il timone. Poi loro, all’ultimo minuto, hanno deviato e hanno bloccato l’imbarcazione dietro la nostra. Al di là di tutto, però, rimane la serenità d’animo di stare facendo la cosa giusta».
Mentre parliamo, siete in navigazione verso Marmaris. Da lì quanto manca verso la “zona arancione”?
«Circa una settimana di navigazione, ma di mezzo c’è Cipro che non è esattamente un territorio amico. Quindi, con ogni probabilità, non si tratterà di una rotta diretta. Arrivati a Marmaris ci congiungeremo con altre barche turche e faremo il punto della situazione. Incontreremo lì anche i compagni e le compagne che sono stati intercettati da Israele e che hanno subito l’abbordaggio. Condivideremo con loro le esperienze e stabiliremo nuovi protocolli. Poi, in un’assemblea collettiva, faremo le scelte politiche sulla prosecuzione del viaggio».
L’obiettivo realistico di questa nuova spedizione qual è?
«L’obiettivo è sempre rompere il blocco navale illegale imposto a Gaza».
Intendo: nella consapevolezza che Israele ha sempre messo in campo tutte le sue energie, che sono enormi, per impedirlo.
«Noi sappiamo che i governi non ci sono amici. Ma crediamo che sia importante comunque continuare la pressione. Per questo chiediamo anche alla Flotilla di terra di continuare a lottare accanto e insieme a noi».
Riesci a parlare con i tuoi cari anche dal mezzo del Mediterraneo? Loro cosa ti dicono?
«La mia famiglia mi supporta molto. È naturale che si siano preoccupati e che si preoccupino, ma anche loro sono convinti che questa sia la cosa giusta da fare».