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Titolo: Mafia e beni confiscati, verdetto della Cassazione: allo Stato il tesoro del fiancheggiatore di Leo Sutera
La Suprema Corte riforma parzialmente il provvedimento della Corte d'Appello di Palermo nei confronti di Giuseppe Tabone
Passano allo Stato appezzamenti di terreno, depositi bancari e una struttura commerciale per oltre 500.000 euro. Revocata invece la confisca di due polizze vita intestate alla moglie e un complesso aziendale dell'impresa individuale appartenente al figlio. Infine annullata la misura di prevenzione personale con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di appello di Palermo.
Queste le decisioni della Cassazione in merito al ricorso presentato dalla difesa dell’imprenditore edile, Giuseppe Tabone, sessantunenne, ritenuto contiguo a Cosa Nostra e fiancheggiatore di Leo Sutera, "U prufissuri", uomo d'onore di Sambuca di Sicilia, presunto capo provincia di Cosa Nostra agrigentina, arrestato a fine ottobre del 2018.
I beni per un valore complessivo di 1.100.000 euro erano stati sequestrati dalla Guardia di finanza di Agrigento. Una parte sono stati confiscati definitivamente altri sono tornati nella disponibilità dei familiari del sambucese.
I giudici ermellini hanno riformato il verdetto della Corte di Appello di Palermo, con il quale era stata riconosciuta la pericolosità sociale qualificata di Giuseppe Tabone, in quanto “appartenente” ad associazione di tipo mafioso, ed applicata allo stesso la misura di prevenzione della Sorveglianza speciale di Pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno nel comune di residenza.
Sulla misura personale servirà adesso un procedimento “bis”. In questo caso i giudici sono chiamati ad «accertare se è ancora in atto la pericolosità sociale», tenendo conto del lasso temporale trascorso dall’accertamento delle ultime condotte significative nei suoi confronti, valutando anche il periodo di carcerazione sofferto e quanto verificatosi dopo la sua scarcerazione.
L’imprenditore è stato arrestato oltre sette anni fa e condannato a 3 anni di reclusione, in primo, e secondo grado, per il reato di favoreggiamento personale aggravato, per aver aiutato uno dei capi storici della mafia della provincia di Agrigento, provando ad eludere le investigazioni a suo carico. Ha scontato un anno di carcere poi è stato rimesso in libertà.
Nello stesso procedimento diciotto anni di carcere sono stati inflitti a Leo Sutera, e tre anni per gli altri due sambucesi, per favoreggiamento aggravato dall’articolo 7: la fioraia e l’autista del capomafia. Due uomini e una donna «a disposizione del professore», secondo la Dda palermitana.