L’intervista
L’esperto della Sis: «Prova scientifica soltanto un pezzo che va incastrato»
Viaggio nelle scene del crimine attraverso il lavoro dei carabinieri della Sezioni Investigazioni Scientifiche di Catania
Il fulcro centrale di un’inchiesta di un omicidio è l’analisi della scena del crimine. «Ma è necessario ricordare che è solo un pezzo delle indagini: la prova scientifica va incastrata al resto del lavoro svolto. Una volta isolata la traccia di Dna, se non si ha il ventaglio di persone sospettate con cui fare la comparazione rimane un vetrino in laboratorio».
Le parole sono del maresciallo Giovanni Marcì, responsabile della squadra rilievi tecnici della Sezione Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri di Catania che di scene del crimine ne ha viste a centinaia.
Una laurea in biologia molecolare e poi la scelta di entrare nell’Arma.
La scienza è arrivata dopo aver lavorato da operativo, ma questo per Marcì è semplicemente un vantaggio.
«Quando indosso la tuta bianca e i guanti - dice - ho un emilato del cervello che ragiona da tecnico-scientifico e l’altro da investigatore operativo. Il lavoro è di squadra: il confronto con i miei colleghi è quello che fa la differenza. E fino ad oggi ha fatto la differenza nella risoluzione di molti casi».
Ma partiamo dall’inizio. Maresciallo Marcì, quando arriva sulla scena del crimine assieme alla sua squadra cosa cerca?
«Non esiste una scena del crimine uguale a un’altra. E non esiste un protocollo capace, da solo, di risolvere ogni problema. Ogni intervento richiede metodo, lucidità e capacità di adattamento. Il primo obiettivo è preservare l’area, alterarla il meno possibile. Questo avviene attraverso il cosiddetto congelamento della scena. Ma oltre alla tecnica servono esperienza, sangue freddo e passione. Su una scena del crimine non si lavora mai su oggetti neutri. Pensi a un omicidio o a un femminicidio: si sta operando dentro una storia umana spezzata».
Perché dice questo?
«Le scene di femminicidio hanno spesso una caratteristica che colpisce profondamente: l’efferatezza. In 17 anni di esperienza nelle investigazioni scientifiche dell’Arma dei Carabinieri, tra RIS di Messina e SIS di Catania, non ho mai visto due scene uguali. Ogni caso ha una propria grammatica, una propria violenza, una propria firma. Nei femminicidi, però, ricorre spesso una ferocia particolare. Non è solo uccidere. È colpire, infierire, annientare. Molte volte ci troviamo davanti a numerosi fendenti, a una violenza sproporzionata, a un’aggressività che racconta possesso, rabbia, dominio, distruzione. E questo, umanamente, lascia il segno».
Essere un investigatore scientifico è diverso?
«In un certo senso sì. Chi fa questo lavoro deve avere una predisposizione naturale al dettaglio. Serve un solido background scientifico, perché sulla scena del crimine si applicano biologia, chimica, fisica, matematica, dinamica dei fluidi, genetica e criminalistica. Ma la preparazione tecnica, da sola, non basta. E poi serve adattamento. Lavoriamo in abitazioni incendiate, campagne isolate, grotte, ambienti degradati, luoghi con cadaveri in avanzato stato di decomposizione, insetti, liquami, sangue, odori insopportabili. Non è cinema. Non è spettacolo. È realtà»
Come si trova il dettaglio?
«Non c’è un protocollo. L’esperienza fa acquisire una sorta di “sesto senso”. A volte è una goccia lavata male. A volte è una fluorescenza sotto luce forense. A volte è una reazione al luminol. A volte è un pavimento troppo pulito, un odore di candeggina, una disposizione innaturale degli oggetti, una stanza che sembra ordinata ma che in realtà racconta un tentativo di staging, cioè di alterazione o camuffamento della scena. Lì entra in gioco la scienza: luci ultraviolette, filtri, reagenti, test biologici, analisi delle macchie di sangue, Bloodstain Pattern Analysis. Ma entra in gioco anche l’intuito dell’operatore. Perché la traccia non parla da sola. Devi essere tu a darle voce».
Molti casi della Sicilia Orientale, a cui la Sis di Catania ha lavorato, hanno trovato avuto una risoluzione grazie alla prova scientifica?
«Prima di tutto va detto che in nessuna indagine si vince da soli. La prova scientifica è fondamentale, ma deve muoversi insieme all’indagine tradizionale. La mentalità da solista è perdente. Ci sono stati molti casi nei quali la prova scientifica è stata determinante. Penso ad Angela Finocchiaro, assassinata per strangolamento dal proprio compagno, l’estrapolazione del profilo genetico dell’autore dai campioni subungueali della vittima ha rappresentato un elemento decisivo. Nel duplice omicidio di Ramacca, due sorelle furono uccise da un soggetto introdottosi nella loro abitazione per rubare. Dopo il delitto, l’autore tentò di cancellare le tracce, lavando scarpe e indumenti. Lì furono fondamentali il luminol e la Bloodstain Pattern Analysis: il primo permise di evidenziare sangue anche dopo il lavaggio, la seconda aiutò a ricostruire la dinamica degli eventi. Nel caso di Lucrezia Di Prima, giovane donna uccisa dal fratello, furono decisivi l’osservazione della scena, l’odore persistente di candeggina e l’impiego del luminol. La casa sembrava pulita, ma la chimica raccontò altro».
La prova delle prove scientifiche è quella del Dna. Senza quella molti delitti sarebbero rimasti impuniti. Penso ad esempio al caso di Valentina Salamone.
«Il caso di Valentina Salamone è uno dei più importanti e dolorosi ai quali ho lavorato. All’epoca ero effettivo alla Sezione di Biologia del RIS di Messina. In quel caso il Dna è stato determinante»
Quando i casi finiscono al centro dei media (l’Italia è concentrata su Garlasco) c’è un rischio di danneggiare l’indagine?
«Purtroppo sì, anche perché molte volte prendono parola persone che davvero non hanno le competenze. Mi è capitato di sentire ricostruzioni che non avevano davvero un fondamento scientifico».
Sotto la tuta bianca restate uomini. C’è un caso che l’ha scossa più di altri?
«Dietro la divisa c’è un cuore. Eccome se c’è. Ogni operatore porta con sé cicatrici invisibili. Non ci si abitua mai davvero. Ogni caso ci scuote. Elena Del Pozzo è forse il caso che la Squadra Rilievi della Sis di Catania sente ancora più vivo. Disseppellire una bambina, prenderla tra le braccia, lavorare su una scena del genere, non è qualcosa che si può archiviare. Non è un fascicolo. Non è una notizia. È un trauma che resta».