Lo scenario
Quei “carusi” dei clan che girano armati
Nei quartieri ci sono covi con arsenali micidiali. Per risparmiare c’è chi acquista le pistole a salve modificate. Sul dark web si comprano mitra e kalashnikov
La pistola alla cintola è una prova di forza. Di potere. Dalle intercettazioni delle indagini emerge uno spaccato allarmante a Catania. «Mi devo procurare un ferro. Devo essere preparato. Quelli sono armati fino ai denti», diceva un rampollo di Cosa Nostra in videocall con un boss detenuto. Un dialogo inquietante ma che se inserito nell’escalation di violenza che si è scatenata in questi giorni sulle strade etnee, diventa profondamente reale. Anzi dolorosamente reale.
Quasi tutti i “carusi” della malavita, fra nuove leve inserite nei clan mafiosi o “cani sciolti”, riescono con facilità a procurarsi un’arma. O per risparmiare vanno dagli armaioli - nella criminalità catanese ci sono specialisti - che modificano le pistole a salve o giocattolo rendendole funzionanti, oppure attraverso il dark web acquistano mitra e kalashnikov.
Dal numero di arsenali che polizia, carabinieri e guardia di finanza hanno sequestrato in questi ultimi mesi nei vari quartieri di Catania, è logico pensare che le armi in circolazione siano davvero moltissime. La potenza di fuoco in qualche modo misura il potere di una cosca mafiosa. Il giovanissimo Andrea Nizza, frangia militare di Cosa Nostra, teneva in un vano ascensore di Librino una riserva di armi da far invidia a un esercito. Decine di mitra, pistole, silenziatori e puntatori laser. Tutto incellofanato. Ma anche Salvuccio Lombardo junior, del fronte dei Cappello, aveva il suo kalashnikov personale con cui addirittura sparava ai gatti che lo disturbavano nella villa abusiva nell’Oasi del Simeto.
L’anno scorso i poliziotti e i carabinieri hanno contato sulle strade quasi duecento bossoli di diverso calibro. Si è sparato contro le vetrine dei negozi, di attività commerciali e pareti di casa. Sullo sfondo c’era una guerra fra bande per il controllo del traffico di droga. Ma poi - pare anche grazie all’intervento dei boss “più vecchi” - si sarebbe firmato un armistizio. Anche perché quella situazione aveva alzato il numero dei controlli. E questo significava non far “lavorare” le piazze di spaccio.
Quello che sta accadendo in questi giorni è completamente diverso. Episodi scollegati l’uno dall’altro. Si spara e si picchia per delle banalità. Per vendicare uno sgarro. Per lanciare un avvertimento se magari si sono messi gli occhi sulla donna sbagliata o contesa. Non si spara per uccidere. La strategia - come abbiamo già scritto - è cambiata. Ma a furia di sparare ci può scappare anche il morto.