la storia
L'accusa del tentato omicidio del cognato, la denuncia e cinque anni di cella: finisce il calvario per un imprenditore di Trapani
La Corte d'appello di Palermo annulla la condanna a 15 anni e ricostruisce nuove piste sul fatto di sangue tra vendette personali, rivalità mafiose e il ruolo dell'esecutore Gaspare Gervasi
L'imprenditore Matteo Bucaria, 58 anni, da ieri è tornato libero. La Corte di Appello di Palermo, IV sezione, nel pronunciamento bis del processo che ha visto Bucaria imputato di essere mandante del tentato omicidio del cognato, Domenico Cuntuliano, ha cancellato la precedente condanna a 15 anni, stabilendo la piena innocenza. «Assolto per non aver commesso il fatto». Arrestato il 4 agosto 2020, era finito ai domiciliari dal maggio 2025. A difenderlo in questa fase processuale sono stati gli avvocati Gian Domenico Caiazza, Ninni Reina e Sabina Bonfiglio (inizialmente anche Giovanni Liotti). In primo grado Bucaria, noto per aver collaborato con la giustizia in indagini antimafia, era stato condannato dal Tribunale a 19 anni ridotti a 15 in Appello. La Cassazione nell'ottobre scorso aveva però annullato il pronunciamento, ordinando la ripetizione del secondo grado. Ieri l'assoluzione.
Cancellato il movente di un delitto ordinato da Bucaria per far tacere il cognato su contrasti finanziari. Altra la pista, i dissidi tra Gervasi e Cuntuliano. Domenico Cuntuliamo restò gravemente ferito in un agguato il 30 marzo 2013, attirato in un tranello nelle campagne di Xiggiare, dall'ex fontaniere del Comune di Trapani Gaspare Gervasi. Questo fu subito arrestato dalla Squadra Mobile e fu condannato in via definitiva a 12 anni e 8 mesi, nel frattempo scontati. La sua difesa, il silenzio: fedele a ciò che si diceva di lui, "uomo e barone". Tradotto: capace di stare in silenzio e farsi la galera. Ma questo, però, fino ad un certo punto. L'arrivo di un anonimo alla Polizia, che indicava in Bucaria il mandante, le indagini riaperte dalla Procura di Trapani, Gervasi che "tradisce" il presunto mandante, un delitto in cambio di 50 mila euro. Bucaria ha sempre respinto le accuse. È accaduto altro: il rapporto omosessuale tra Gervasi e Cuntuliano, l'odio di Gervasi nei confronti della vittima per non avergli dato in locazione un locale. Se i due non avessero avuto tanta confidenza quel giorno di marzo del 2013 ad un cenno di Gervasi certamente Cuntuliano non lo avrebbe seguito per una decina di chilometri sino nelle campagne di Xiggiare. Poi i due colpi esplosi da un'arma malmessa, Gervasi poteva pure portare a compimento il delitto, se davvero avesse avuto questo ordine da eseguire, ma lo lasciò sanguinante e fortunatamente in vita.
Nei processi contro Bucaria è emerso anche altro. La vicinanza di Gervasi, dallo stesso ammessa, ad ambienti mafiosi, gli stessi scompaginati anni prima da Bucaria. «Credo di essere stato l’unico a Trapani, non da pentito o infame, ma da dichiarante – spiegò Bucaria ai giudici – a chiarire tutte le mie posizioni e ho deciso di prendere la strada giusta…io da quel momento ho deciso di stare sempre dalla parte giusta». Solo ipotesi, ma Bucaria ricostruì un possibile scenario e cioè che le azioni di Gervasi potevano scaturire da una possibile regia mafiosa, una vendetta contro l'imprenditore. L'arresto di Bucaria avvenne mentre lavorava con una impresa che a Trisicina stava abbattendo per ordine della commissione prefettizia le case abusive, anche quelle dei mafiosi. Ipotesi anche questa. Troppo forse per Cosa nostra per sopportare ancora quell'imprenditore.