La tragedia
Uccise la figlia di sette mesi lanciandola dal balcone: il processo (aperto nel silenzio) e la perizia
È trascorso un anno dalla morte della piccola Maria Rosa. La mamma è accusata di omicidio, ma la dichiarazione di incapacità appare molto vicina
Non se ne parla più. Eppure Maria Rosa è un pensiero vivo, anzi vivissimo, in via Marchese a Misterbianco. Quel pezzo d’asfalto è lava incandescente. Il luogo dove si è consumata la tragedia. Una tragedia che ha lasciato una cicatrice su ogni cuore del Paese. Una bimba di appena sette mesi è stata lanciata dal terrazzo come se fosse un pupazzo.
A lanciarla è stata la madre. Soltanto scrivere fa tremare le dita che pigiano sui tasti. «Scusa se non ti abbiamo protetta abbastanza», hanno urlato al funerale le zie davanti alla piccola bara. Dolore straziante. Dolore inconsolabile. Il processo davanti alla Corte d’Assise di Catania si è aperto nel silenzio. Annamaria Geraci è imputata per omicidio.
La madre quarantenne, quel giorno, non ha nemmeno risposto al grido disperato dell’altro figlio. «Mamma fermati».
Quel bimbo che a sette anni è dovuto diventare adulto in pochi secondi. Lui che ha capito immediatamente che la madre stava facendo qualcosa di orribile. La mamma non prendeva mai la sorellina in braccio.
La donna è in una struttura psichiatrica in Piemonte, la stessa regione dove vive il padre.
Lontano da Misterbianco. Lontano dalla Sicilia. Il processo è cominciato e si è bloccato. Il papà e le zie di Maria Rosa non si sono costituiti parte civile. Ma come parte offesa sono seguite dall’avvocato Michele Ragonese.
La Corte ha disposto una perizia psichiatrica nei confronti dell’imputata, difesa dall’avvocato Alfio Grasso, per accertare la capacità di intendere e di volere al momento del delitto e l’attuale pericolosità sociale. Già i periti delle parti, procura e difesa, hanno raggiunto la stessa conclusione: incapacità. La consulente, la psichiatra Michela Quaranta, ha depositato la relazione nel processo a disposizione delle parti. «Si può affermare che la signora Geraci, al momento e in relazione al fatto, si trovava in uno stato di infermità tale da escludere del tutto la sua capacità di intendere e di volere». Nelle conclusioni inoltre Quaranta ha messo nero su bianco: «Si può comprendere come il grave agito delittuoso messo in atto dall’imputata risulti eziologicamente commesso alla psicopatologia di base - acutamente scompensata in quel momento - e ne sia una diretta e infausta conseguenza». Sulla pericolosità sociale, la consulente ritiene che «essa persista nell’attualità, seppur in forma attenuata». La psichiatra sarà sentita nella prossima udienza dell’11 giugno prossimo. Il giorno in cui potrebbe concludersi tutto con la dichiarazione di incapacità di intendere e di volere dell’imputata. Un epilogo che ha il sapore di limbo. Non certo di fine.