Il libro-inchiesta
«Rita Atria paghi il canone Rai»: l’assurdo caso a 34 anni dalla morte
La vicenda nei giorni in cui l’associazione che ne porta il nome della testimone di giustizia scomparsa a soli 17 anni chiede la riapertura delle indagini
«Lo Stato non risponde alle nostre richieste di riaprire l’indagine sulla sua morte. Però chiede a Rita Atria di pagare il canone Rai». A parlare è Nadia Furnari, vicepresidente dell’associazione antimafie fondata nel 1994 a Milazzo in memoria della giovanissima testimone di giustizia, scomparsa una settimana dopo l’uccisione di Paolo Borsellino, il magistrato con cui collaborava. Era il 26 luglio del 1992, e doveva ancora compiere 18 anni, quando il suo corpo fu ritrovato senza vita a Roma: precipitata da un balcone, morte archiviata come suicidio.
«Nella sede legale dell’associazione - racconta Furnari - è arrivata una richiesta di pagare 138 euro per il canone Rai. Senza nessun riferimento all’associazione, senza un codice fiscale e in un appartamento dove non c’è alcuna attività sociale, solo la sede legale. E dove il canone Rai viene regolarmente pagato. Ma evidentemente per lo stato la signora “Rita Atria” ha una attività». La richiesta sarà, naturalmente, contestata dall’associazione: «Manderemo una pec dove spiegheremo che Rita Atria è morta e non c’è nessuna delle condizioni indicate - prosegue Furnari - Ma rimane la sciatteria di un episodio incredibile. Mi rifiuto di pensare che dietro la lettera possa esserci un essere umano, spero si sia trattato semplicemente un invio automatizzato. Magari gestito con intelligenza artificiale».

Di ben poco di artificiale c’è però la battaglia legale che l’associazione porta avanti ormai da quattro anni, con un lavoro di raccolta di informazioni su quanto successo quella domenica d’estate di 34 anni fa a Roma. Una ricerca che è diventata un libro: “Rita Atria, la settima vittima di via D’Amelio”. Alla giovane testimone di giustizia sono state negli anni dedicate scuole, giornate di ricordo, libri, persino una serie tv. Quasi sempre ricostruzioni romanzate, se non profondamente errate secondo l’associazione antimafie. Per la quale la verità è ancora da ricostruire, ci sono state troppe ombre e omissioni. Il libro-inchiesta, edito da Mesogea, e scritto da Furnari insieme alla cronista del Tg1 Giovanna Cucè, è in realtà una nuova edizione ampliata e aggiornata di una precedente pubblicazione per Marotta&Cafiero, e ricostruisce sulla base di ulteriori documentazioni d’archivio e testimonianze la storia di Rita Atria non solo come la vicenda triste di una ragazza figlia di un padre mafioso, ma come una storia emblematica di abbandono da parte delle istituzioni che avrebbero dovuto proteggerla, conclude Furnari.
Eppure il percorso legale è fermo, come riferisce l’avvocato Goffredo D’Antona, che affianca da anni l’associazione. Il fascicolo della morte di Rita Atria - spiega l’avvocato - era microscopico nel 1992. Quando hanno fatto le indagini non sapevano nemmeno che fosse testimone di giustizia. Non c’era nemmeno un intervento del Tribunale per i minorenni. Come se si fosse suicidata non una persona, ma un’ombra. Negli anni abbiamo fatto una serie di verifiche: non c’erano impronte digitali, non c’erano tracce biologiche. Una lunga serie di incongruità per cui abbiamo richiesto la riapertura delle indagini alla Procura della Repubblica di Roma, ipotizzando l’istigazione colposa al suicido. E non escludendo altro. Uno sforzo per la giustizia che lo strano episodio della richiesta del canone Rai potrebbe - forse - riportare all’attenzione dello Stato.