La storica inchiesta de “La Sicilia”
Il cold case risolto dal nostro cronista: così il “morto vivo” cambiò la storia (del sistema giudiziario)
Il Caso Gallo del 1950. Enzo Asciolla contribuì all’istituzione della revisione del processo
Quando un lavoro giornalistico può cambiare la storia. È successo. Con un pizzico di orgoglio è avvenuto nella “putia” de La Sicilia. Enzo Asciolla è il cronista che ha permesso di riaprire il processo dell’omicidio di Paolo Gallo che si era chiuso mandando all’ergastolo un innocente. Nonostante non fosse mai stato trovato il cadavere, i giudici ritennero di condannare il fratello della vittima alla pena più pesante. Asciolla non aveva mai creduto a quelle ricostruzioni: da Avola, nel Siracusano, finì ad Ispica, nel Ragusano, grazie al suo fiuto da cronista e ritrovò Gallo vivo. Da quel giorno il caso fu battezzato “il morto‑vivo” di Avola. Quell’inchiesta cambiò il corso del sistema giudiziario italiano: perché fu istituita la Revisione.
A ricordare il lavoro di Asciolla è stato l’avvocato di Catania, Giuseppe Lipera, che ha trovato un legame profondo con il delitto di Chiara Poggi. «Più seguo (come milioni di Italiani ormai) il caso dell’omicidio di Garlasco, più penso e ripenso al famoso processo Gallo. Titta Mazzuca, che fu avvocato e noto penalista, ne scrisse un libro nel 1978, intitolato proprio “Anatomia di un errore giudiziario”, un testo importantissimo per capire come i pregiudizi e una cattiva gestione delle indagini possano portare a condanne ingiuste. Prima del caso Gallo in Italia non c’era l’istituto della revisione e fu grazie a questo che poi venne fuori la legge del 27 maggio 1965, firmata dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, che consentì la revisione del processo penale. Il merito di tutto fu del grande ed indimenticabile giornalista catanese Enzo Asciolla, bravissimo cronista di giudiziaria del quotidiano La Sicilia, che indagò, convinto della innocenza dell’imputato, seppur già condannato in via definitiva, riuscendo a trovare il morto, Paolo Gallo, che invece era vivo e per cui erroneamente era stato processato e mandato all’ergastolo il fratello Salvatore Gallo». Lipera affida questo pensiero a un comunicato stampa.
Ma ripercorriamo l’inchiesta del collega. La vicenda cominciò nell’ottobre del 1954 ad Avola. Il contadino Paolo Gallo scomparve improvvisamente. Di lui restò solo il cappello ritrovato sul viottolo che portava dalla sua abitazione ai campi, dove furono trovate macchie di sangue. Gallo diventò un fantasma: gli investigatori di allora ipotizzarono l’omicidio con occultamento di cadavere. Anche se furono battute diverse piste, i sospetti si concentrarono sul fratello Salvatore, che alla fine fu condannato. Nel 1961, proprio nel giorno dell'anniversario della scomparsa, Paolo Gallo fu ritrovato vivo. La svolta arrivò grazie a un verbale dei carabinieri di Santa Croce Camerina, dove c’era la firma di Gallo coinvolto in un incidente stradale. Salvatore Gallo fu tirato fuori dal carcere dopo 7 anni di ingiusta detenzione.
Enzo Asciolla ebbe un ruolo fondamentale: così come fu evidenziato in Tribunale. Un capitano dei carabinieri nel corso del dibattimento disse a chiare lettere che il lavoro d’inchiesta svolto dal cronista de La Sicilia aveva avuto un ruolo assolutamente cruciale per riaprire l’inchiesta e poter tirare fuori un innocente dal carcere. Il giornalista ha fatto quello che dovrebbe fare qualsiasi giornalista di cronaca giudiziaria. Quello che non smette di fare domande. Che non si ferma davanti le carte degli investigatori. Asciolla non si è arreso nemmeno dopo la sentenza vergata dai giudici. Scelse di continuare a scavare. E scavando trovò l’indizio perfetto che lo portò a risolvere il caso. Anche se in realtà, poi scoprì, non c’era nulla da risolvere. Perché non era stato ammazzato nessuno. La vita però è strana: Salvatore è morto prima di Paolo.