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L'inchiesta

Ordini dal carcere per gestire il traffico di cocaina, la cassa comune e le intimidazioni di Cosa Nostra

Secondo la procura una nipote dell'ex boss Profeta, comandava dalla cella una rete gerarchica di traffico di cocaina con cassa comune e legami con Cosa Nostra

20 Maggio 2026, 13:29

13:30

Ordini dal carcere per gestire il traffico di cocaina, la cassa comune e le intimidazioni di Cosa Nostra

Al vertice di una delle tre reti di narcotrafficanti smantellate dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo figurava, secondo gli inquirenti, Gabriele Pedalino, nipote dello storico uomo d’onore Salvatore Profeta, condannato in via definitiva come esecutore materiale dell’omicidio di Salvatore Sciacchitano.

La Dda ha chiesto e ottenuto dal gip 26 misure cautelari.

Pedalino risulta inoltre condannato per associazione mafiosa ed è ritenuto legato alla famiglia di Santa Maria di Gesù.

Stando alla Procura, dal carcere e servendosi di telefoni cellulari introdotti clandestinamente nell’istituto, Pedalino impartiva direttive ad Antonino La Mattina, Mario Mirko Brancato, Vincenzo Toscano, Giuseppe Orlando e Giuseppe Foti — tutti in libertà — sulla gestione dei traffici, della cassa comune e sulla periodica rivendita di quantitativi di stupefacente.

Attraverso più canali di approvvigionamento, il sodalizio faceva giungere a Palermo soprattutto cocaina, poi affidata a incaricati del confezionamento in dosi e dello smercio nelle piazze del capoluogo.

Il gruppo intratteneva rapporti con un analogo clan guidato da Giuseppe Bronte, già ai domiciliari all’epoca dei fatti, con il quale Pedalino avrebbe raggiunto intese.

Dalle indagini è emersa un’articolazione gerarchica e, come scrive il gip, un’organizzazione «stabilmente destinata al traffico di stupefacenti, la gestione di una cassa comune e, infine, l’utilizzo della forza di intimidazione, derivante dall’affiliazione o dall’aderenza a Cosa Nostra».