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MILANO

In aula, la lettera del ragazzo condannato e il perdono che spiazza tutti: il caso del ragusano Davide Cavallo oltre la sentenza

Le scuse di Ahmed Atia, l’abbraccio della vittima, una condanna che chiude solo in parte il processo: dentro questa storia c’è molto più di un verdetto

21 Maggio 2026, 14:05

14:10

In aula, la lettera del ragazzo condannato e il perdono che spiazza tutti: il caso Davide Cavallo oltre la sentenza

«Potresti essere mio fratello». Ahmed Atia, il ragazzo egiziano imputato per l'aggressione a Davide Cavallo, lo ha detto guardandolo in faccia, prima che il giudice si ritirasse in camera di consiglio. Gli ha consegnato una lettera. Gli ha chiesto scusa. E Davide, il giovane studente della Bocconi originario di Ragusa che nella notte del 12 ottobre 2025 era stato accoltellato vicino a Corso Como, derubato di 50 euro e lasciato a terra sanguinante, lo ha abbracciato.

È la scena più difficile da raccontare di un processo che di scene difficili ne ha avute molte. E forse è anche la più importante.

Il gup di Milano Alberto Carboni ha condannato Alessandro Chiani a 20 anni di carcere, ritenendolo l'esecutore materiale delle due coltellate — una alla schiena, una al torace — che spezzarono un'arteria, perforarono un polmone e lesionarono il midollo spinale di un ragazzo di 22 anni. Atia, invece, è stato assolto dall'accusa di rapina e condannato a 10 mesi e 20 giorni per omissione di soccorso: era lì, ha visto, non ha aiutato. La sentenza ha superato di gran lunga le richieste della Procura, che aveva chiesto 12 anni per Chiani e 10 per Atia.

Dopo il verdetto, secondo diverse ricostruzioni, Davide ha pianto. Ai suoi legali avrebbe detto di essere dispiaciuto per una pena così pesante. Avrebbe aggiunto: «Verrò a trovarti in carcere».

Per capire il peso di quelle parole bisogna ricordare da dove viene questo ragazzo. Sei mesi all'ospedale Niguarda, l'Unità Spinale, la riabilitazione, il rapporto nuovo e faticoso con un corpo cambiato per sempre. In aula si è presentato in piedi, sorretto da stampelle. Nelle settimane prima del processo aveva scritto pubblicamente che non voleva odiare, che sperava quei ragazzi potessero uscirne migliori. In aula ha trasformato quella convinzione in gesto.

Atia, dal canto suo, ha raccontato la detenzione senza filtri: «In carcere le persone si tagliano il corpo quando stanno male», ha detto. Parole che non attenuano la responsabilità riconosciuta dal giudice, ma che mostrano qualcosa di raro nei processi — un cedimento reale, non strategico, del muro che di solito separa chi ha fatto del male da chi lo ha subito.

La vicenda giudiziaria non è comunque chiusa. Tre minorenni coinvolti nell'aggressione sono giudicati separatamente dal Tribunale per i minorenni. Il gruppo che aggredì Davide era composto da cinque ragazzi, arrivati dal Monzese per una serata in centro. Tutto iniziò con una banconota da 50 euro strappata di mano. Quando lui tentò di riprendersela, partirono i calci, i pugni e i coltelli. L'aggressione continuò anche quando era già a terra.

Milano ha visto molte storie simili. Poche con questo finale.