la testimonianza
Flotilla, il racconto dell'attivista catanese: «Seviziati psicologicamente e fisicamente in una prigione nel deserto»
Alessio Catanzaro è rientrato a Malpensa. La sua ricostruzione, insieme a quella degli altri attivisti italiani, porta il team legale a valutare una denuncia per il reato di tortura da parte del soldati israeliani
Alessio Catanzaro, il catanese 31enne a bordo della nave Cactus della Global Sumud Flotilla, è sbarcato ieri sera all'aeroporto Malpensa di Milano, insieme a un gruppo di attivisti. E la sua testimonianza si somma alle altre che in queste ore stanno portando il team legale italiano della missione a valutare una denuncia per tortura in merito alle condizioni in cui sono stati trattenuti in Israele. Si parla di violenze, spari con proiettili di gomma, sevizie psicologiche, manette.
«Nelle prime ore di lunedì mattina - racconta Catanzaro - siamo stati assaliti e abbordati da soldati della marina israeliana, al largo delle coste di Cipro e siamo stati rapiti e portati in una nave prigione, un vero e proprio lager galleggiante, in cui siamo stati stipati in più di 200, in quelli che erano meno di 100 metri quadrati. Senza nulla per dormire, con solo magliette, senza vestiti, senza coperte, ogni volta che provavamo a chiedere coperte o qualcosa per coprirci, le nostre richieste venivano accolte con spari dall'alto, spari sulla folla che hanno colpito diversi compagni e alcuni dei quali sono in ospedale, perché i proiettili hanno contaminato parte della loro carne». Il 31enne di padre catanese e madre bolognese fa riferimento alle conseguenze dei proiettili di gomma sulla pelle che producono un effetto irritante, oltre a provocare lesioni.
«Quando siamo arrivati al porto militare di Ashdod - continua - ci hanno iniziato a seviziare psicologicamente e fisicamente in ogni modo, usando ogni tipo di resistenza anche passiva come provocazione e come scusa per essere ancora più violenti. Siamo stati inginocchiati per ore, in più posizioni, con manette e fascette ai polsi, con prese di Krav Magà (un sistema di difesa personale israeliano ndr) fatte per slogare la spalla non appena uno provava a resistere e a opporsi ai movimenti dei soldati. Siamo stati condotti in una prigione nel deserto e lì ulteriormente siamo stati fatti inginocchiare per ore. Le persone anziane, che non riuscivano ad alzarsi, venivano picchiate nel momento in cui non riuscivano a stare in ginocchio, in cui cascavano dalla posizione di stress. Un'esperienza terribile».
Non tutti gli attivisti sono rientrati. Dalla Flotilla fanno sapere che circa una cinquantina sono stati ricoverati a Istanbul per lesioni riportate durante il periodo di detenzione in Israele. «Stiamo cercando in queste ore di avere notizie sulle loro condizioni di salute - spiega la portavoce italiana Maria Elena Delia - ci riferiscono che in tanti hanno ripotato lesioni serie e alcuni sono sotto shock». Il team legale italiano ha già depositato una denuncia/querela alla Procura di Roma, che ora gli avvocati intendono integrare. Per questo stanno iniziando a raccogliere le testimonianze degli italiani rientrati ieri.
