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la visita

Carcere di Trapani, dentro il “Pietro Cerulli”: sanità lenta, celle da ripensare e il vuoto estivo che pesa sulla rieducazione

Una visita istituzionale riporta al centro una domanda scomoda ma decisiva: cosa accade davvero quando i diritti garantiti sulla carta ma la realtà è tutt'altra

22 Maggio 2026, 16:17

16:20

Due poliziotti penitenziari feriti nel carcere di Trapani dopo 20 ore di intervento

Il carcere di Trapani

La Casa circondariale “Pietro Cerulli” di Trapani, visitata dalla nuova Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Erice, l’avvocata Francesca Di Caro fa emergere uno spaccato che in vista della stagione estiva fa un po' tremare. Dal sopralluogo è uscito un quadro che chiama in causa sanità, strutture, attività trattamentali e perfino la gestione dei documenti d’identità: temi diversi solo in apparenza, uniti invece da una stessa domanda di fondo, quella sulla qualità reale della detenzione.

La visita segna anche l’avvio operativo dell’attività di ascolto e monitoraggio della Garante all’interno del carcere che sorge a Casa Santa, nel territorio di Erice. Francesca Di Caro è stata accolta dalla direttrice Margherita Gennai, insieme al personale amministrativo, educativo-trattamentale e alla Polizia Penitenziaria. I colloqui con le persone detenute e l’osservazione diretta hanno fatto emergere criticità precise, che riguardano l’accesso alle cure, lo stato di alcune sezioni, la povertà di occasioni rieducative soprattutto nei mesi estivi e le difficoltà legate al rinnovo dei documenti.

Un istituto grande, ma sotto pressione

Il “Pietro Cerulli” è uno degli istituti penitenziari più rilevanti della Sicilia occidentale. Nella scheda ufficiale del Ministero della Giustizia risultano 555 posti regolamentari, ma 73 non disponibili, con un totale di 571 detenuti presenti. Tradotto: la disponibilità effettiva scende a 482 posti, e la popolazione detenuta supera quel dato di 89 unità. 

La stessa scheda ministeriale offre un altro dato che aiuta a capire la complessità della gestione: nell’istituto risultano 233 stanze di detenzione, di cui 37 non disponibili; le celle con doccia sono 159, quelle con bidet 71, mentre i servizi igienici con porta sono 205. I numeri non dicono tutto, ma raccontano abbastanza per spiegare perché, accanto ad aree ristrutturate, possano esistere sezioni che richiedono interventi urgenti. Ed è esattamente questo il punto sollevato durante la visita: non un carcere uniformemente degradato, ma una struttura disomogenea, dove convivono spazi migliorati e zone che continuano a presentare criticità materiali evidenti.

A rendere ancora più delicato il quadro c’è il rapporto tra popolazione detenuta e figure educative. Secondo i dati del Ministero della Giustizia gli educatori effettivi risultavano 5 a fronte di 7 previsti; il personale amministrativo era 22 su 27 previsti, mentre la Polizia Penitenziaria contava 270 effettivi a fronte di 266 previsti. Sono numeri che non autorizzano semplificazioni, ma suggeriscono con chiarezza dove si concentri una delle fragilità del sistema: se l’obiettivo costituzionale della pena è la rieducazione, la presenza limitata di professionalità educative rischia di incidere direttamente sulla qualità del percorso trattamentale.

Sanità penitenziaria: quando la lista d’attesa diventa parte della pena

Il primo allarme raccolto dalla Garante riguarda la sanità. In particolare, sono stati segnalati tempi lunghi per accedere a visite specialistiche, con un riferimento specifico all’ambito oculistico. In carcere la visita che slitta non è un disagio come un altro, perché la persona detenuta non può scegliere un’alternativa privata, non può spostarsi autonomamente, non può compensare da sé le inefficienze del sistema. Se l’attesa si allunga, l’effetto è immediato sulla qualità della vita e, in certi casi, sulla tutela della salute in senso stretto.

La criticità locale si inserisce in un contesto nazionale che il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale descrive come fortemente sotto tensione. Nel report aggiornato al 7 aprile 2026, le persone detenute adulte in Italia risultano 63.940, con un indice di sovraffollamento del 138% su base nazionale; 61 istituti superano il 150% di occupazione e solo 23 strutture restano sotto la capienza regolamentare. In questo quadro, il tema della salute non può essere letto separatamente dagli altri: più persone, meno spazi e organizzazione complessa significano inevitabilmente maggiore pressione anche sui percorsi clinici e assistenziali.

Non va dimenticato, inoltre, che la popolazione detenuta è composta in larga misura da persone con vulnerabilità pregresse, storie di marginalità, dipendenze o bisogni sanitari complessi. Il report del Garante nazionale ricorda che oltre il 57% dei detenuti ha tra 25 e 44 anni e che oltre tre quarti della popolazione carceraria sconta una condanna definitiva o si trova comunque in una posizione processuale già appesantita da una condanna. In un sistema del genere, la sanità penitenziaria non è un servizio accessorio: è una delle infrastrutture fondamentali della legalità. Quando rallenta, l’intero equilibrio dell’istituto si indebolisce.