Il sistema di comunicazione del latitante
Pizzini, bonifiche e casse segrete: le sorelle di Messina Denaro al centro della rete
L'ex primula rossa di Castelvetrano definisce l'appartenenza alla mafia un "onore", in un lungo pizzino-manifesto di appartenenza, dai toni vittimisti in cui risale perfino all'unità d'Italia
"Essere incriminati di mafiosità a questo punto lo ritengo un onore", è la lunga rivendicazione di appartenenza di Matteo Messina Denaro. Un onore per lui farne parte, scrive il 15 dicembre 2013, in un pizzino indirizzato alla sorella Patrizia e al nipote Francesco. Un lungo manifesto a tratti vittimista: "Siamo stati perseguitati, sopraffatti da uno Stato prima piemontese e poi romano che non riconosciamo; abbiamo subito di tutto e per anni abbiamo sofferto in silenzio, ma essere incriminati di mafiosità, arrivati a questo punto, lo ritengo un onore".
È uno dei pizzini raggruppati nella richiesta di arresto delle sorelle dell'ex primula rossa di Castelvetrano. Una grande mole di messaggi è stata rinvenuta dai Ros che ricostruisce come le due sorelle fossero il fulcro della rete di comunicazione del boss. Si riunivano in bagno, a casa di Giovanna, in via Piave, a Castelvetrano. Qui si era trasferita la madre Lorenza, elemento che giustificava il via vai di tutte le sorelle. In bagno leggevano i pizzini o le lettere, e facevano pure video per mostrare a Matteo le condizioni della madre. In un'occasione gli hanno mostrato il nipote, ma a lui «non interessa nulla nemmeno del figlio».
«A me non interessa nulla nemmeno del figlio o dei figli che avrà Giovanna mi ha mandato nel filmino delle immagini con questo bambino … credimi vedendolo non ho provato nulla dentro di me, ma proprio nulla, questa gente non fa più parte di me, e non riconosco nessun erede…» è il 31 dicembre del 2021, a scrivere è Matteo Messina Denaro che si riferirsi al nipote, figlio della figlia Lorenza, giudicata con asprezza più volte nei tanti “pizzini” rinvenuti adesso dalla Procura di Palermo, guidata da Maurizio De Lucia.
Le sorelle del boss non agivano come semplici parenti, ma come veri e propri ingranaggi operativi dell'associazione mafiosa denominata Cosa nostra, secondo quanto ricostruito dalla procura di Palermo che ha arrestato Messina Denaro il 16 gennaio del 2023.
Al cuore dell'ingranaggio si trovava un doppio binario organizzato per ridurre i rischi di intrusione investigativa. Il primo metodo, denominato Operazione Condor a partire dal 2019, prevedeva scambi in presenza di lettere, beni e denaro organizzati circa due volte l'anno nei pressi di una casa di campagna a Castelvetrano, luogo simbolico dove era stato allevato il cane di famiglia, dal nome appunto Condor.
Il secondo canale, chiamato Van Gogh o “l'altra via”, si serviva banalmente del servizio di posta ordinario. Lettere inviate presso l'abitazione di Giovanna Messina Denaro in via Piave a Castelvetrano, che fungeva da vera e propria centrale operativa. Matteo Messina Denaro, utilizzando pseudonimi legati al mondo della frutta come Ciliegia per Giovanna e Uva per Bice, impartiva ordini che le donne eseguivano come quello di cacciare la figlia Lorenza Alagna – che in punto di morte ha però riconosciuto –, punita per la sua presunta infedeltà ai doveri di appartenenza mafiosa; in un allegato del novembre 2021, il boss ordinava alle sorelle di cacciarla formalmente dicendo: "Ti sei scelta tu il tuo destino, non hai mai fatto parte di noi e non hai avuto l’onestà ed il coraggio di dircelo chiaramente. Oggi te lo diciamo noi, tu non sei più importante per nessuno della nostra famiglia, la nostra storia finisce qua".
Non solo, Giovanna e Bice effettuavano bonifiche periodiche per individuare microspie e telecamere, arrivando a disattivare dispositivi investigativi e arrecando gravi danni alle indagini. Lo stesso Matteo le istruiva minuziosamente su come riconoscere i segnali di sorveglianza: "Quando si tratta di telecamere ci deve essere nella cassetta necessariamente un buco, il buco è nella direzione dove vogliono guardare. Senza buco non può mai essere telecamera".
La gestione della cassa di famiglia, alimentata da finanziatori coperti da anonimato, era un altro compito cruciale che vedeva le donne protagoniste di rendicontazioni precise.
Per le due donne, quindi, la richiesta è di misura in carcere, perché state “hanno gestito al più alto livello, al pari della sorella Rosalia, i rapporti con il capo mafia rende evidente il pericolo che l’intera associazione, dopo l’arresto e la morte del fratello, possa individuare in loro certamente le depositarie del suo volere sulle decisioni strategiche dell’organizzazione; senza dimenticare poi che i flussi di denaro gestiti in prima battuta dalla sorella Rosalia, e di cui erano pienamente informate le odierne indagate, sono ancora tutti in circolazione o custoditi in luoghi sicuri”.