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la cerimonia

La strage di Capaci: il boato che cambiò l'Italia e i misteri dopo 34 anni

Falcone ucciso dall'«attentatuni»: processi, ergastoli e le domande senza risposta

22 Maggio 2026, 18:35

19:12

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Capaci: la strage e la forza della memoria per non dimenticare gli eroi uccisi dalla mafia

La strage di Capaci è una delle pagine più cupe e simboliche della storia della Repubblica italiana. Il 23 maggio 1992, era un sabato, lungo l’autostrada A29 tra Palermo e l’aeroporto di Punta Raisi, un’imponente tritolo nascosto sotto l’asfalto esplode quando transita la vettura di Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. I poliziotti muoiono in pochi istanti, i due magistrati nel giro di qualche ora l'uno dall'altro. Per la mafia, è l’eliminazione del magistrato che più teme; per lo Stato, è l’inizio di una stagione stragista che toccherà anche via D’Amelio e altri bersagli nell'intero stivale.

“L’attentatuni”

L’ordine di uccidere Falcone viene elaborato dalla cupola mafiosa guidata da Totò Riina, con il coinvolgimento dei fratelli Madonia, Pippo Calò, Pietro Aglieri, Bernardo Provenzano e altri capi provinciali. Il piano, chiamato tra i killer “l’Attentatuni”, prevede lo studio di un tratto di asfalto sottile dove la deflagrazione massimizzi l’effetto air‑blast su auto e scorta.

L’esplosivo viene collocato sotto l'autostrada. Il comando a distanza è affidato a Giovanni Brusca, dal cavalcavia di Capaci, che attiva il telecomando al passaggio della vettura di Falcone. La scelta non è casuale: è il frutto di settimane di sorveglianza, segnalazioni e prove tecniche messe in campo da una rete di uomini e donne di Cosa Nostra.

I primi processi e le condanne storiche

Nel corso degli anni gli inquirenti ricostruiscono ruoli e responsabilità. Il processo “Capaci” si apre a Caltanissetta e nel 1997 la Corte d’Assise emette 24 ergastoli ai principali mandanti e organizzatori: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Francesco e Giuseppe Madonia, Pippo Calò, Pietro Aglieri e altri capi provinciali.

Giovanni Brusca, considerato l’interprete principale del comando, riceve 26 anni in primo grado perché collabora con la giustizia. Collaboratori come Salvatore Cancemi, Gioacchino La Barbera, Calogero Ganci, Mario Santo Di Matteo e Giovan Battista Ferrante sono condannati a pene minori, tra 15 e 21 anni, in ragione delle loro deposizioni e del ruolo di supporto.

In appello, nel 2000, la Corte conferma molte condanne e aggiunge nuovi ergastoli a figure come Salvatore Buscemi, Francesco Madonia, Antonino Giuffrè, Mariano Agate e Giuseppe Farinella, assolte in primo grado. La Cassazione, nel 2001, conferma 21 condanne e annulla altre 11, ordinando un nuovo esame (il “processo stralcio per Capaci e via D’Amelio”), che porterà nei successivi anni a ulteriori ergastoli definitivi.

Il “Capaci bis” e le nuove condanne

Negli anni 2010‑2020 emergono ulteriori tracce di un’estesa rete di supporto all’attentato: chi ha reperito materiali, chi ha sorvegliato l’area, chi ha costruito detonatori e cavalcavia. Il processo “Capaci bis” riguarda proprio quattro di questi soggetti. Vengono condannati in via definitiva Salvatore “Salvino” Madonia, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello. L’assoluzione definitiva arriva per Vittorio Tutino.

L'ultimo processo

Nel 2020, con il depistaggio del tempo e la caduta progressiva dei capi storici, il ruolo di Matteo Messina Denaro emerge in pieno. La Corte d’Assise di Caltanissetta lo riconosce responsabile, seppure in un ruolo di sostegno al piano stragista di Riina, come organizzatore e protettore di logistica e sicurezza.

Viene condannato all’ergastolo. Il suo arresto nel 2023 e la sua morte in carcere nel 2023 chiudono simbolicamente un’era, ma lasciano aperte molte domande.

I misteri che resistono

Nonostante decenni di processi, decine di ergastoli e migliaia di pagine dibattimentali, sulla strage di Capaci restano punti di ombra e polemiche.

Mandanti esterni alla mafia?
Alcune sentenze e ricostruzioni parlano di “alta probabilità” di coinvolgimenti di uomini estranei a Cosa Nostra, ma queste ipotesi non sono mai tradotte in condanne definitive. Resta il sospetto di connivenze politiche, istituzionali o di servizi.

La scelta del punto preciso dell’esplosione
Come si giunse a individuare esattamente il tratto di asfalto sottile e quali informazioni tecniche furono utilizzate? Questa parte del lavoro di intelligence e logistica mantiene margini di opacità.

Il deputato Sbardella e “il botto di Capaci”
Il deputato della corrente andreottiana Vittorio Sbardella, tramite una piccola agenzia di stampa di sua controllo, avrebbe anticipato, qualche giorno prima della strage, un grosso “botto”. La sua frase resta una delle tracce più discusse dei cosiddetti “misteri di Capaci”.

La donna nel commando
Poi c'è anche il ruolo di una donna nel coordinamento delle operazioni di sorveglianza e supporto. Il dibattito è vivo, ma la presenza di figure femminili nel cuore operativo di Capaci è ancora un tema controverso, spesso non pienamente chiarito dai documenti giudiziari.

Il ruolo di Gaspare Spatuzza
Il pentito Gaspare Spatuzza in anni successivi ha fornito nuove informazioni su logistica, materiali e presenze sul luogo. La sua testimonianza ha riaperto filoni di indagine e alimentato dubbi su figure ancora sfuggenti, ma senza portare a una ristrutturazione profonda del quadro delle responsabilità già cristallizzate in giudizio.

Verità legale e memoria storica

Oggi, a oltre trentaquattro anni dalla strage, Capaci appare come un capitolo giudiziario in larga misura concluso, con più di venti ergastoli e decine di condanne emesse su più filoni, ma anche come un capitolo storico aperto per almeno tre ordini di ragioni: il dibattito sui mandanti esterni e sul livello di infiltrazione di settori istituzionali nei piani stragisti; la critica alla gestione delle informazioni e dell’allerta, in un contesto di trasmissioni poco chiare e linee di sicurezza apparentemente forzate; il simbolo Falcone, entrato nel lessico della lotta alla mafia e della cultura civile, con Capaci che rappresenta il limite mai cancellabile della violenza mafiosa.

Ogni anno, in occasione dell’anniversario, le istituzioni, le scuole e le associazioni tornano a parlare della strage di Capaci non solo come di un evento storico, ma come di un monito continuo sui rischi che permangono quando lo Stato esita, le informazioni vengono depistate e le responsabilità si dividono in molteplici ombre.