le inchieste
Capaci, il giallo informatico dopo la strage e la violazione della stanza di Falcone al ministero
Da Caltanissetta il monito del pg D’Anna: «Non ci accontentiamo delle verità precostituite e servite su un piatto d’argento»
Le bombe di Capaci e via D'Amelio hanno creato un nuovo DNA in Sicilia. Quello della ribellione civile contro Cosa nostra. Ma mentre la gente si risvegliava, nei Palazzi della magistratura accadeva qualcosa di impensabile. I misteri legati alle Stragi ancora senza verità.
«Il 23 maggio e il 19 luglio 1992 sono date che rimarranno impresse perché si è svegliata la coscienza dei siciliani. Abbiamo capito che la mafia era un cancro e abbiamo iniziata a combatterla». Le parole di Fabio D'Anna, procuratore generale di Caltanissetta, hanno un suono ancora più potente, perché sono pronunciate nel palazzo in cui si continua a indagare sulle Stragi del 1992. Sono trascorsi 34 anni da quell'anno orribile e tante pagine devono essere ancora scritte. «Non ci siamo mai accontentati di quelle verità precostituite, servite su un piatto d'argento. Siamo riusciti ad aprire degli squarci e continueremo nella ricerca della verità», aggiunge D'Anna. A coordinare le indagini c'è il procuratore Salvatore De Luca, il magistrato che non è «patito delle cerimonie» ma «certi martiri vanno ricordati e i riflettori non devono spegnersi».
De Luca assieme ai pm del pool "stragi" ha riletto i 500 faldoni di storia giudiziaria: dal dossier mafia - appalti al depistaggio di Vincenzo Scarantino, senza tralasciare il presente. Ancora oggi i conti non tornano dal punto di vista giudiziario per l'attentato di Capaci. Resta ancora senza volto la manina che ha resettato l'agendina elettronica del giudice Falcone. E restano gli interrogativi sulle telefonate in America poco prima di perdere la vita. E un altro tassello da ricostruire è il viaggio negli States che nessuno conosceva. Chi ha incontrato Falcone? Chi sapeva cosa annotava il magistrato nell'agendina elettronica? Perché tanta fretta di cancellare le tracce informatiche? Quelle note avrebbero potuto dare delle risposte.
Chi è entrato nella stanza di Falcone al ministero di Grazia e Giustizia nonostante i sigilli apposti subito dopo la strage sapeva sicuramente dove mettere le mani. Non c'è il nome, ma un indizio tecnico esiste: l'irruzione è avvenuta a giugno. Un mese dopo il tritolo. «La cosa ancor più strana, da un primo esame, è che la modifica, l'accesso al computer era stato eseguito con una serie di cautele, che però hanno lasciato traccia; in particolare un file ricordo, uno che mi colpì particolarmente e che ci diede, appunto, la data di modifica del 23 giugno, era il file "Orlando, bak". E il file "Orlando, bak" era un file particolarmente importante tra l'altro, perché era un file in cui il dottor Giovanni Falcone aveva raccolto una serie di appunti per difendersi al Consiglio Superiore della Magistratura da una serie di attacchi, che prima furono di natura giornalistica, poi divennero dei veri e propri atti di accusa che furono portati all'attenzione dell'organo di autogoverno della magistratura, con cui si accusava di tenere i processi nei cassetti, nei rapporti della mafia con la politica. Da Lima alla vicenda Andreotti e Pellegriti», queste le spiegazioni di Gioacchino Genchi che per anni ha lavorato al fianco (tra gli altri) di Arnaldo La Barbera, il superpoliziotto che oggi da morto è al centro dei misteri sulle indagini della strage di via D'Amelio. Vecchie e nuove storie si intrecciano in un capitolo giudiziario con mezze verità.