l'indagine
Affectio societatis: i custodi dei segreti e le "corazze" che hanno coperto Matteo Messina Denaro
La rete familiare, soprannomi, avvocati compiacenti, incontri periodici e corrispondenza segreta al servizio del boss
La Procura di Palermo nell'evidenziare la rete familiare che ha coperto la latitanza del mafioso stragista Matteo Messina Denaro ha parlato di “affectio societatis”, cosa tipica delle famiglie mafiose. Non c'erano solo i Messina Denaro, Salvatore “cocco”, Patrizia detta “ananas” sposata con Vincenzo Panicola “ananasso”, “posati” perché «hanno rubato la terra», Bice “uva” sposata con Gaspare Como, “uvetto”, e Giovanna “ciliegia”, vedova di Rosario Allegra, con i loro addentellati con i palermitani di Brancaccio, i Guttadauro: “mela” è Giuseppe, il medico legato a Cuffaro, Carlo e Filippo (“il complicato”) che è sposato con l'altra delle sorelle, Rosalia Messina Denaro, “fragolone” appellata dal fratello, tutti e due in carcere, come il loro figlio, Francesco, “fragolino”, nipote prediletto del boss che annota «si sta facendo il 41 (carcere duro ndr) da uomo».
L'altra figlia di Filippo e Rosalia, Lorenza, “fragolina”, fa l'avvocato e ha difeso lo zio dopo l'arresto, per poi lasciare la toga e andare a lavorare a Roma, al ministero dell'Istruzione. Matteo infine si indicava come “reparto”.
Ma della rete facevano parte a pari titolo anche i Bonafede di Campobello di Mazara, il capo famiglia, Nanai, era indicato come "Uomo" dal boss, lui era nascosto da questo gruppo. Non c'è dubbio, erano tutti «servi e complici», con addosso «le corazze mafiose», custodi dei segreti del capo mafia. Come pare fosse il ruolo di Antonella Moceri, avvocata di Campobello, morta d'improvviso nel 2015, che sebbene vedova del marito, Maurizio Passanante, incensurato e per i pm ucciso da killer di mafia nel 2008, passò presto, per la Dda di Palermo, dal ruolo di difensore a quello di ascoltato consigliere. La sua casa sarebbe rimasta anche dopo la sua morte il «tugurio», così lo indica il boss, la «cassaforte» delle sue carte.
Non esistono due Matteo Messina Denaro, uno privato e l'altro mafioso, ne sono convinti gli investigatori, il capo mafia si era creato un suo mondo dove decideva chi fare entrare ed uscire, le regole erano le stesse, quelle dell'«onorata società». «Una famiglia mafiosa che ha condizionato le sorti di un’intera Nazione». Non ha dubbi la Procura distrettuale di Palermo guidata da Maurizio De Lucia e lo scrive nella richiesta di arresto (negata dal gip) di Bice e Giovanna Messina Denaro, indagate per mafia. Loro per i pm De Leo, Brucoli e Padova, con Rosalia costituivano «il consesso», tenevano in mano i fili della corrispondenza col fratello, "Condor" - che ha dato il nome all'indagine - incontri di presenza due volte l'anno (ultimo novembre 2021), e "Van Gogh" o "altra via", usando il sistema postale (fermatosi maggio 2022). «Purtroppo è andato tutto a scatafascio. La ferrovia non è praticabile, è piena, quindi capirai che non si può. Al momento non so che dirti».