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Rivelazioni

La mafia autonomista nel “manifesto” di Messina Denaro scritto durante la latitanza

Il "pizzino-manifesto" del 2013 che rivela la volontà di guerra di Matteo Messina Denaro, il richiamo alle stragi del '92-'93, la latitanza custodita dalla sorella e i legami con pezzi delle istituzioni

25 Maggio 2026, 09:23

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La mafia autonomista nel “manifesto” di Messina Denaro scritto durante la latitanza

Il "manifesto di Cosa nostra" scritto di pugno da Matteo Messina Denaro durante la latitanza e venuto fuori dalla corrispondenza tenuta nascosta dalla sorella, Rosalia. Parole scritte nel 2013, che confermano come allora, a venti anni dopo le stragi di Roma, Milano e Firenze, il boss stragista, l'ultimo degli agguerriti corleonesi, non aveva abbandonato l'idea di far guerra con lo Stato, almeno con quello Stato che gli dava incessante caccia e non certo con quei pezzi delle istituzioni che lo avrebbero aiutato a sfuggire a trent'anni di ricerche. Nel "pizzino-manifesto" non sono le parole del "simpaticone" che così voleva apparire con le donne che conoscerà nella clinica dove verrà arrestato dai Ros il 16 gennaio 2023, non è l'allegro medico che frequentava le case di Campobello di Mazara e la vicina spiaggia, Macondo e Macondino, ma sono le frasi del vero mafioso, la lettura suscita impressione, nonostante intanto Messina Denaro sia morto.

Dentro la gamba di una sedia, la stessa dove Rosalia conservava i documenti che svelarono ai Ros, riusciti durante una perquisizione a trovarli, la malattia del fratello. La data è quella del 15 dicembre 2013. Due giorni prima nel trapanese era scattato un blitz antimafia, operazione "Eden", 29 arresti, tra questi c'era una delle sue sorelle, Patrizia, detta 'a curta', moglie di Vincenzo Panicola, da poco tempo tutti e due sono tornati liberi, ma con lo stigma del boss che ha deciso di "posarli", per avergli disubbidito. Oltre a Patrizia venne arrestato Francesco Guttadauro, figlio di Rosalia e del palermitano Filippo, boss di Brancaccio. Francesco era il nipote prediletto di Messina Denaro. E così il capo mafia dalla sua latitanza mandò il "pizzino". Dietro la finzione del non essere un mafioso, rimarcò, da mafioso, come con lo Stato non si possa stare in pace, ma in guerra. Parole chiare che confermano la stagione delle bombe mafiose del 1992, Capaci e via D'Amelio, e 1993, via dei Georgofili, le chiese di Roma, San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, via Palestro, la stessa sera in cui la “batteria” del governo non funzionò per qualche tempo e il presidente Ciampi ebbe paura di un colpo di Stato.

Messina Denaro scrisse quindi il "manifesto", lo indirizzò a Rosalia (intanto da poco condannata a 14 anni e adesso in carcere). L'ordine sottinteso era quello di diffondere le sue parole: «Essere incriminati di mafiosità arrivati a questo punto è un onore... perseguitati, sopraffatti da uno Stato prima piemontese e poi romano che non riconosciamo... la violenza questo siamo e un giorno ne sono convinto tutto ciò ci sarà riconosciuto e la storia ci restituirà quello che siamo stati in vita». Parole inquietanti rimaste segrete per tanti anni, non hanno perduto attualità, mentre un trentennio dopo ricordiamo quegli attentati.

«Una famiglia mafiosa che ha condizionato lo Stato» hanno scritto il procuratore Maurizio de Lucia e i pm Bruno Brucoli, Gianluca De Leo e Pietro Padova. Nel "pizzino" trovato nella "sedia-archivio" di casa Messina Denaro, in via Alberto Mario a Castelvetrano, il boss rivendica la "sicilianità". «Siamo figli di questa terra di Sicilia», sembra leggere una frase di Goethe, nel suo "Viaggio in Italia" del 1787, «tutta l'Italia è nulla se non ci aggiunge la Sicilia». Don Ciccio e suo figlio Matteo rappresentano la prova della verità scritta secoli prima dal filosofo tedesco. Certi conviviali non si facevano senza la loro presenza.

Non è in archivio il rapporto tra i Messina Denaro e la famiglia D'Alì, campieri nei loro terreni di contrada Zangara. Una parte del podere finì fittiziamente venduto da D'Alì al braccio destro di Messina Denaro, Francesco Geraci, per poi passare sotto il controllo di Riina. I soldi incassati da D'Alì per la vendita, vennero restituiti, con tanto di assegni trovati dai pm Guido e Tarondo. Antonio D'Alì, senatore per 24 anni, sottosegretario al Viminale dal 2001 al 2006, oggi è in carcere, sconta sei anni per concorso esterno, la condanna definitiva è del 13 dicembre 2022, un mese prima dell'arresto del capo mafia. Solo casualità, oggi si può dire.